Socializzate

Di uno strano sogno e dell’incontro con il boss dei boss

 


Capitolo 7

L’ufficio era in bianco e nero, come tutto ciò che c’era dentro: uno schedario in metallo, un attaccapanni, una poltroncina in pelle consunta addossata al muro, accanto una porta in legno con il riquadro interno in vetro smerigliato su cui era stampata la scritta OTAVIRP EROTAGITSEVNI.
I rumori della città filtravano, ovattati, attraverso il vetro chiuso della finestra.
Indossava una camicia bianca con cravattino nero e se ne stava lì, seduto con i piedi poggiati sulla scrivania, a chiedersi quante volte in media, una persona normale, pronuncia la parola “pergolato“ quando qualcuno bussò alla porta e senza aspettare risposta entrò.
Il lungo abito di seta nera lasciava le spalle scoperte, il decoltè disegnava uno scivolo dentro cui era difficile non finire. Il lungo spacco della gonna lasciava intravedere una gamba e immaginare l’altra, erano lunghe e slanciate su tacchi non vertiginosi, ma peccaminosi. Le sue fantasie si stavano avverando prendendo forma umana. Tirò giù i piedi e si alzò pronto a cominciare la danza del corteggiamento. Indossò la giacca stropicciata che era poggiata sulla spalliera della poltrona.
«Posso aiutarla?» chiese sistemandosi il colletto e andandole incontro.
«Lei è un investigatore?» chiese la donna con una voce calda e sensuale.
Rivolse un pensiero al cosmo: chiunque tu sia grazie «Certo, l’ho scritto anche fuori la porta»
«Perfetto, cercavo proprio lei. Si può fumare qui?» senza aspettare risposta tirò fuori un portasigarette in argento e con una mano l’aprì, mentre con l’altra scelse una sigaretta. La portò alle labbra lasciandola lì ammiccante. Una donna come quella era abituata a farsi accendere, e lui l’avrebbe accesa volentieri, ma aveva smesso di fumare anni prima.
«Non ho fuoco mi dispiace. In realtà non si potrebbe neppure fumare, ma mi è sembrata molto motivata per cui …»
Lei gli soffiò una delicata nuvola di fumo contro. Un modo per accendere lo aveva trovato. Gli sorrise da dietro quel velo fluttuante.
Lui tornò dietro alla sua scrivania per ristabilire i ruoli «Mi dica cosa posso fare per lei?»
Lei lo guardò poi senza rispondere si accomodò sulla poltroncina che si trovava di fronte alla scrivania e con calma studiata accavallò le gambe, un pezzo di stoffa scivolò di lato lasciando affiorare una porzione di pelle chiara.
Lui si sentì come un gatto davanti ad un ciondolo.
«Sai chi sono?» gli chiese usando un inaspettato tu. La cosa lo sorprese piacevolmente, le distanze si stavano accorciando. Sugar non hai scampo!
«Come? No mi dispiace, dovrei?» si scusò sedendosi anche lui.
«Pensaci» lei inclinò leggermente la testa di lato e gli lanciò uno sguardo che con quell’inclinazione risultò particolarmente sensuale.
«Sono abbastanza sicuro di non conoscerti, non dimentico mai un volto figuriamoci tutto il resto»
«Io invece sono sicura che sai chi sono, mi hai già vista. Prova a pensarci, magari in un quadro, in un disegno» soffiò di nuovo fuori il fumo che danzò ipnotico nell’aria.
«Ascolta sugar veramente non ricordo» si stava spazientendo «perché non superiamo questa cosa e me lo dici tu chi sei?»
Lei fece una pausa come stesse valutando se fosse il caso di dirlo poi lo guardò e sorrise
«Sono la Morte»
Gli venne in mente un ballo in fa diesis e chiese sicuro di non aver capito «Chi?»
«Hai capito benissimo»
Lui si alzò, girò intorno alla scrivania e andò verso di lei «Sugar lo so che quando sei entrata può esserti sembrato il contrario, ma sono molto occupato» le indicò la porta «per cui mi perdonerai se…»
«Io non mi rivolgerei alla morte con questi toni e soprattutto non la chiamerei sugar» disse lei senza scomporsi minimamente.
«Ok ne terrò conto se la dovessi incontrare»
«E come faresti a riconoscerla?»
«Beh tanto per cominciare non sarebbe vestita così»
«Perché cos’ho che non va?» La donna si alzò e girò su se stessa compiaciuta contemplandosi ad un invisibile specchio «a me sembra che mi stia benissimo»
«Per carità, sei una splendore, ma non sei proprio come nei dipinti. Voglio dire dove sono finiti la falce e il martello?»
«Mi hanno dipinta con un martello?» chiese lei stupita tornando a sedersi.
«Mantello scusa. Falce e mantello»
«Ah tu intendi così?» la donna indicò un punto sulla parete su cui apparve l’ombra di una figura incappucciata che impugnava una lunga falce, l’aria si fece improvvisamente gelida.
«Ecco, più una cosa così» rispose lui lasciando trasparire una punta di terrore.
La figura scomparve e la stanza tornò ad una temperatura più mite.
«Ok capito, sei la Morte! Ti credo, ma che vuole la Morte da un investigatore privato? Chi hai perso?»
«Nessuno! Non ho perso nessuno. Figurati se mi perdo qualcuno!» rispose la donna piccata, si alzò e andò verso di lui «Sono qua per te»
«Per me?» indietreggiò per allontanarsi da lei «Ma io sto benissimo. Cioè, lieto che tu sia passata, sei uno schianto te lo riconosco, ma hai fatto un viaggio a vuoto fidati»
Lo guardò e sorrise «Ti ringrazio per il complimento, ma non è con le lusinghe che mi manderai via di qui a mani vuote» Avanzò invitante verso di lui costringendolo ad indietreggiare ancora.
«Ci deve essere un errore, controlla bene. Io sono pieno di omonimi, piloti, giornalisti e poi mi sento benissimo, ho fatto da poco tutta una serie di analisi…d’accordo ho il colesterolo un po’ alto ma niente che non si possa curare con qualche pasticca. Se vuoi posso segnalarti qualcuno? Con il mio lavoro sai quanti ne incontro di balordi?»
Lei gettò la sigaretta con eleganza e fece un altro passo verso di lui
«Forse è proprio il tuo lavoro il motivo per cui sono qui»
Lui provò ad indietreggiare ancora ma la parete glielo impediva. Preso!
«Ho pestato i piedi a qualcuno?»
«Sei un investigatore, facile che hai ficcato il naso dove non avresti dovuto. Dai finiamola e andiamo» facendo un sorriso invitante.
«Non può essere! Io non ho nessuna intenzione di morire, dovrà pur voler dire qualcosa? Giochiamocela! Dai una partita a scacchi!!» improvvisò lui.
«Non so giocare a scacchi»
«Come non sai giocare a scacchi?»
«No, non so giocare, tutti con questa storia degli scacchi! Non è mica facile! Sono brava a scala quaranta, ma comunque non è possibile» la donna continuava ad avanzare e in qualche modo sembrava anche ingigantirsi.
Lui si giocò il tutto per tutto, tirò fuori la pistola e glie la puntò contro.
«Se fossi in te non farei un altro passo»
Lei guardò la pistola intenerita «Vuoi spararmi? Vuoi uccidere la Morte? Non lo trovi un tantino tautologico? Dai, sentirai solo un po’ freddo» andò per abbracciarlo.
«Non ti avvicinare» gridò lui e aprì gli occhi.
Andrea schizzò su seduto. Si guardò intorno. L’ ambiente era ampio e nudo, i soffitti erano alti, le pareti bianche. C’era odore di legno umido, incenso e cardamomo, non aveva idea di quale fosse l’odore del cardamomo, ma conosceva gli altri due quindi andò per esclusione.
Due soli letti, quello su cui era lui e uno poco distante. Un sedia vicino ad una porta in ferro che dava probabilmente sull’esterno. Seduto accanto alla porta Roby che lo guardava.
«Che cazzo di sogno!» disse alzandosi dal letto
«Parlavi nel sonno» gli comunicò Roby.
«Ma tu sogni a colori o in bianco e nero?» chiese all’amico mentre gli si avvicinava
«Come? »
«Niente. Dove siamo?» Andrea si guardò intorno alla ricerca di qualche elemento familiare.
«In un brutto guaio immagino» Roby si alzò in piedi «abbiamo voluto giocare a fare Woodward e Bernstein e qualcuno alla fine lo abbiamo fatto incazzare»
«Qualcuno Manila e Rocco?» Andrea provò ad aprire la porta senza riuscirci.
«Già fatto. Chiusa, e da fuori non si sentono rumori. Da quella finestra però si vede il cielo, quindi almeno sappiamo di essere sulla terra» Roby indicò una finestrella in alto che dava su uno spicchio di cielo con una porzione di nuvola.
«Credo che ogni pianeta abbia un cielo, quindi non è assolutamente detto»
Camminarono ancora un po’ nella stanza mossi dalla cattività. Erano entrambi spaventati, ma lo stare in due, parzialmente li tranquillizzava.
«Mi sento intorpidito e non mi ricordo cosa è successo» disse Andrea tornando a sedersi sul letto. «Mi ricordo solo la sensazione dell’ago»
«Quel refolo fresco mentre ti asciughi, il brecciolino sotto i piedi e l’incessante suono dei bonghi» evocò pensieroso Roby andando a sedergli vicino.
«Pensavo più alla puntura nel collo»
«Drogati»
«Si devono averci drogato» specificò Andrea mentre si massaggiava dietro la nuca.
«No pensavo più a quelli che suonano i bonghi»
Da fuori cominciò a sentirsi un coro di angeli e subito dopo un canto in latino che scandiva un crescendo della musica.
«Che cazzo è? Siamo finiti nel medioevo?» Chiese Roby alzandosi visibilmente agitato.
«Tranquillo non siamo nel medioevo» lo tranquillizzò Andrea «vicino alla porta c’è un interruttore» gli fece notare.
In quel momento la porta di metallo si aprì lentamente, con un lamento, ed entrarono due tipi: uno era grosso come un materasso a due piazze mentre l’altro era piccoletto con la faccia da faina. Scoprirono solo dopo che quello era il suo soprannome, mentre quello della montagna era Groack, perché usava questo suono in sostituzione di più o meno tutte le parole conosciute ad eccezione di “emulsione” che però usava molto di rado.
Non dissero una parola, presero i due picciemme e li portarono fuori dalla stanza. Attraversarono dei corridoi stretti in muratura.
«Dove siamo? E voi chi siete? Dove ci state portando?» la raffica di domande sparate da Roby non sortì alcun effetto, i due tipi restarono in silenzio. Mantre avanzavano la musica andava loro incontro crescendo di intensità. Sembrava uscire dall’enorme portone in legno pesante che si parò loro davanti, alla fine di un corridoio. Era un canto solenne, angelico ma al tempo stesso imperioso, la musica che ci si sarebbe immaginati il giorno del giudizio universale, sempre che in quella circostanza fosse prevista musica. Quando Andrea si rese conto che era un canto gregoriano capì all’istante dove si trovavano. Erano davanti al boss dei boss Don Carmine Aburana.

CAPITOLO 8

 

L’appellativo boss dei boss, Don Carmine Aburana se l’era dato da solo, ma nessuno si era mai permesso di farglielo notare dal momento che era conosciuto sì per la sua scaltrezza, ma molto di più per la sua efferatezza; era talmente spietato che una società aveva già comprato i diritti per una serie su di lui.
Una furia dagli inferi diceva di se stesso. Molto poco si sapeva delle sue origini, alcune fonti davano per certo che avesse Marte in terza casa e ritenevano ci fosse quello all’origine del suo sadismo e della sua ambizione, ma i profiling naturalmente scartavano questa diceria riconducendo gli aspetti violenti del suo carattere all’ascendente toro.
Don Carmine era seduto a capo di una tavola lunga e stretta, accanto a lui un tipo snello e emaciato, la pelle bianca come quella di un morto, sembrava un incrocio tra un maggiordomo e un vampiro o magari era un vampiro maggiordomo. Quando parlava strofinava le mani come un insetto goloso.
«Prego accomodatevi» sibilò indicando due sedie vicine a dove era seduto il boss.
«Fortuna» disse Don Carmine rivolto al tipo «Sono questi i due piccirilli?»
«Picciemmi. Si sono loro Don Carmine» rispose Fortuna.
Il boss si asciugò la bocca con la manica della camicia e finalmente li guardò «Voi sapete chi sono io?»
«Don Carmine Aburana» rispose secco Andrea per evitare qualsiasi inflessione che potesse risultare offensiva.
«E sapete come mi chiamano?»
«Una furia dagli inferi» disse prontamente Fortuna sapendo che i due, come chiunque altro, non potessero conoscere quel soprannome.
«Esatto. Io invece non vi conosco. PCM è l’agronomo di cosa?»
I due si guardarono cercando ognuno nell’altro una spiegazione.
«Acronimo Don Carmine» lo corresse ossequioso Fortuna. Era inquietante, ma a suo modo elegante.
«Quello che è. Che vuol dire PCM?»
«In realtà non lo diciamo mai» provò a spiegare Roby e Andrea lo fulminò.
«E fate bene» disse don Carmine «A me non frega niente e se non è necessario perché dirlo? Giusto?»
I due fecero timidamente sì con la testa.
«Io sono un uomo potente sapete? Come credete sia diventato così potente? Patti col diavolo o porzioni magiche?…»
«Pozioni» lo interrupe Fortuna.
«Come?» chiese il boss rivolto a quello strano maggiordomo.
«Pozioni magiche non porzioni» precisò ossequioso l’uomo.
«Quello che è. No il mio successo lo devo al talento e alla spregiudicatezza!» guardò verso l’uomo al suo fianco quasi si aspettasse un intervento e dal momento che Fortuna non disse nulla, il boss proseguì fiero «e al lavoro, tanto lavoro, però» fece una pausa importante sollevando il dito indice per evidenziare l’importanza di quel però «Però mai più del necessario. Non sono certo uno stancanovista» rise.
Rise anche il suo maggiordomo e poi come niente fosse aggiunse «Stacanovista, intendeva stacanovista»
Don Carmine lo guardò per un attimo con la coda dell’occhio e continuò «certo anche la fortuna conta, ma io non credo nella fortuna, io lo chiamo talento. Non è fortuna il fatto che non mi abbiano mai colto in fragrante.»
«Flagrante boss»
Don Carmine fissò Fortuna in attesa di una spiegazione.
«Non l’hanno mai colta in flagrante, fragrante è il biscotto» spiegò con una specie di tenerezza paterna il vampiro.
Il boss lo fissò come se cercasse di riconoscerlo, poi tornò a guardare davanti a sé ripetendo in un sussurro «il biscotto, il biscotto» un sussurrò che risuonò terribilmente minaccioso, poi tornò a rivolgersi a suoi due ospiti «uno dei miei talenti è quello di ottenere sempre quello che voglio. Perché so cosa voglio, è questo il segreto, io voglio solo ciò che mi spetta. Il segreto è non essere ingorghi»
«Ingor …» iniziò Fortuna, poi però si zittì e abbassò lo sguardo davanti all’occhiata di Don Carmine.
Il boss fece uno sbuffo tra lo stanco e l’infastidito e si passò una mano sulla faccia come se volesse tirar via la stanchezza, poi accennò un sorriso verso Roberto e Andrea che mantenevano un contegno di dignitoso terrore.
«Mi dicono che voi sapete dove si trova un tale Raffi David che ha una registrazione che vogliamo e che…»
«Affidavit Don Carmine, non è una persona, ma un documento»
«Sai Fortuna, a me questa cosa che sei attento mi piace» disse il boss con tono pacato al suo assistente «mi rassicura, ma dovresti fare un po’ di attenzione, a volte puoi risultare fastidioso» non sembrava una minaccia, ma un sincero consiglio, cosa che lo rese ancora più minaccioso.
«Avete ragione Don Carmine e mi scuso»
Il vecchio lo ignorò è rivolto ai due ospiti «quello che avete è mio, mi spetta e non mi piace dover chiedere ciò che mi spetta. Pure voi, io dico: ma chi ve lo ha fatto fare? Andarvi ad immischiare di cose che non vi riguardano? Lo conoscete il detto no? Tanto va la gatta al largo che ci lascia lo zampino»
«Al lardo, la gatta va al lardo» disse fra i denti il vampiro non riuscendo a resistere.
Don Carmine lo guardò grattandosi l’interno delle mani e annuendo leggermente con la testa, ma sembrava rispondere più ad un proprio proposito che alla correzione.
«Vedete? Lui è il mio braccio destro da tempo e da lui imparo tanto, e sì, perché un buon capo deve sapere imparare. Ma ogni capo ha anche bisogno di rispetto, questo tu lo capisci vero?» chiese al pallido maggiordomo che si fece piccolino «Torniamo a noi. Ora voi avete due possibilità, o mi date quello che è mio e forse tornate a casa senza neanche un graffio oppure non me lo date e io uccido voi, la vostra famiglia, i vostri amici e anche i follower»
Il boss fece silenzio, si gustò, sui volti dei suoi ospiti, le varie sfumature che dal terrore portano al panico, poi riprese «dovete riconoscere che non vi ho messo di fronte ad una scelta così difficile. Dovete solo capire se volete invecchiare e magari raggiungere la mia veranda età oppure no» sorrise loro benevolo.
«Veneranda, veneranda età» disse Fortuna fissando anche lui i due prigionieri senza rivolgersi minimamente al boss, quasi non fosse stato lui a parlare. Questi gli lanciò un’occhiata che già da sola richiedeva dei punti di sutura. Volse quindi di nuovo lo sguardo verso i due picciemme, ma non prima di sussurrare «Stunat! Tent’te!» in direzione del maggiordomo.
«Ora non voglio mi rispondiate subito, la fretta non è una buona consigliera» continuò poi rivolto ai due picciemme «i miei due assistenti vi accompagneranno nelle vostre stanze così che possiate pensare alla mia offerta»
In quel momento Faina e Groack entrarono come rispondendo ad un richiamo, presero i due ospiti e li scortarono fuori dalla stanza fino alla celletta dove si erano risvegliati.
La porta di ferro si chiuse alle loro spalle lasciandoli di nuovo soli.
«Siamo spacciati! Siamo finiti nella mani di Don Carmine» Andrea cominciò a camminare nervoso.
«Vuole l’affidavit, è l’unico motivo per cui siamo ancora vivi» concluse Roby andando a sedersi su uno dei due letti. «Dobbiamo prendere tempo»
«Ci torturerà?» Chiese Andrea camuffando il terrore con la pianificazione.
«No, ci riempirà di regali nella speranza di farci parlare»
«È inutile che fai lo stronzo. Come pensi che possiamo andarcene da qui con Uomini e Topi la fuori che ci sorvegliano?» il panico ormai era venuto allo scoperto, Roby invece era stranamente calmo. Questa era la loro fortuna, per una strana alchimia quando uno dei due perdeva il controllo l’altro manteneva la calma. Erano complementari, non che la cosa fosse facile, ad esempio ora Roby fremeva perché toccava a lui avere terrore.
«Stabiliamo una linea di condotta comune, non dobbiamo dirgli dove si trova l’affidavit qualsiasi cosa succeda» guardò Andrea per vedere se aveva capito e con la testa richiese un ok da lui.
«Ci provo Ro’ ma non sopporto la tortura» disse andandosi a sedere sul letto di fronte «è una di quelle cose che ho sempre cercato di evitare»
Rimasero per un po’ in silenzio ognuno alla ricerca di una soluzione.
Sei tu che crei la tua realtà, si ripeteva Andrea. Non siamo prigionieri se non ci sentiamo prigionieri, ora quella porta si apre e noi usciamo di qui. Lo so noi usciamo. Più lo ripeteva e più sentiva che era vero e più sentiva che era vero e più diventava vero fino a quando la porta si aprì. Yess! Pensò Andrea, ma durò poco. Entrarono Groack e Faina. I quattro si guardarono come in un duello poi Faina indicò Andrea «cominciamo da quello, io mica li distinguo, comunque sarà uguale». Groack prese per un braccio Andrea che neanche provò a reagire e lo portò fuori dalla stanza. La porta si richiuse lasciando da solo Roby con Faina.
Roby si alzò dal letto.
«Amico non ci pensare nemmeno» lo minacciò Faina tirando fuori un coltello a farfalla, uno di quelli che si aprono con tutto uno strano movimento del polso e lo aprì in maniera scenografica, quindi andò a sedersi sulla sedia vicino alla porta.
Roby si mise seduto a terra, incrociò le gambe e cominciò a bisbigliare qualcosa di incomprensibile.
«Dia cherrer de luhe ispera grae calore. Caddu e abba tott’indunu, intragnada s’anima, de maccos disizos. Ischidare dia cherrer su tempus coladu…»
«Ecco bravo prega» lo prese in giro Faina. Piantò il coltello su un lato della sedia e si mise ad armeggiare con un pezzetto di carta stagnola con cui realizzò un origami che raffigurava una Chevrolet Impala del ‘67.
Roby fissò di sottecchi il manufatto di Faina.
Si mise in ascolto dei suoi passi, lungo il corridoio, per distrarsi. Stavano andando in una direzione diversa da quella presa prima. Andrea avvertì di nuovo la sensazione che Roby aveva provato quando si era reso conto che Donado era stato sostituito, un sudore freddo lungo la schiena, come se indossasse una camicia 79% poliestere.
Dove lo stavano portando? Cosa gli avrebbero fatto? Cominciò a respirare piano e a pensare.
Bisogna vivere nel presente, perché solo il presente è reale. È l’istante ciò che conta, vivere ogni attimo come se quell’attimo fosse la vita stessa, anzi quell’attimo è la vita stessa. Il passato di per sé non esiste, perché per sé non è un verbo. Ma di contro il futuro è illusorio, non esiste se non come passato, ma parlare di futuro al passato è grammaticalmente errato. Cercava di tenere lontano la paura, ma tenerla lontana è impresa ardua; è affettuosa la paura, ti si attacca e non te la schiodi più. È ridicolo perché spesso siamo più spaventati da ciò che non conosciamo che da ciò che conosciamo. Ma il raggiungimento di questa consapevolezza poteva poco contro l’immagine di Don Carmine che gli strappava le unghie.
Di muovo una musica nel corridoio e una porta sul fondo. Questa volta non era un canto gregoriano, ma “Flower duet“ dalla Lakmé, conosceva e adorava quel pezzo. Mentre si avvicinavano la musica salì.
Il portone si aprì e entrarono in un enorme salone, sembrava più un hangar, al centro un camper, isolato senza niente intorno, sembrava apparso lì all’improvviso dal nulla.
Fortuna gli andò incontro, aveva in mano un giaccone di pelle scuro con pelliccia al collo, su una spalla un piccolo distintivo di qualche servizio di vigilanza.
«Metti questo» disse il maggiordomo passandoglielo.
«Ma fa caldo!» provò a ribattere Andrea.
«Credimi, il caldo sarà l’ultimo dei tuo problemi» sorrise sadicamente Fortuna.
La musica, il camper e il giaccone. Un déjavù; la scena dei siciliani in “Una vita al massimo“ ma l’interrogatorio per quello con il giaccone non finiva bene. Di nuovo la sensazione 79% poliestere.
Arrivarono quasi davanti all’ingresso, Andrea cercava di rilassarsi ripetendosi: “accadrà solo ciò che voglio accada, accadrà solo ciò che voglio accada.“ La canna di una pistola entrò nel suo campo visivo e si poggiò sulla nuca di Fortuna che si immobilizzò.
«Non muoverti, non pensare neanche di muoverti»
Andrea seguì la voce di Roby, si girò e se lo trovò a fianco.
«E tu? Come ci sei arrivato qui?»
Roby gli fece l’occhiolino, poi fece pressione con la canna della pistola sulla nuca di Fortuna «chiudi».
L’uomo eseguì chiudendo la porta del camper.
«Fortuna che stai facendo?» chiese Don Carmine da dentro.
«Shh» fece Roberto accompagnando il suono con il gesto del dito sulla punta del naso.
«Fortuna! Fortuna devi farlo salire. Devi portarlo qui altrimenti come lo interrogo? Con l’omeopatia?»
Fortuna stava per correggere il boss ma Roby aumentò la pressione della pistola e fece no con la testa.
«Fortuna! Mi stai facendo incazzare! Io non è che posso stare qui tutto il giorno come un’eremita» s’infuriò Don Carmine.
«Eremita è senza apostrofo, è maschile» disse Fortuna non riuscendo a trattenersi. Roby lo colpì con il calcio della pistola facendolo cadere a terra privo di sensi.
«Ho detto zitto!»
I due uscirono dall’hangar mentre si sentiva la voce di Don Carmine che continuava a gridare il nome del suo assistente.
Cominciarono a correre, prendendo un corridoio dopo l’altro, senza avere idea di dove stessero andando. Sembravano delle catacombe. Passarono davanti ad un arco con una parete in vetro dietro la quale si vedeva una specie di ufficio. Provarono ad aprire, niente, chiusa. Roby fece fuoco sulla serratura che saltò in aria. Entrarono. C’erano dei computer, un mobile con dentro delle armi e sulla scrivania le loro cose, cellulari, portafogli e altro. Presero tutto.
«E ora dove andiamo?» Chiese Andrea.
«Usciamo»
«Come?»
«Se c’è un’entrata, c’è anche un’uscita» rispose saggio Roby, presero uno dei corridoi confidando nella sorte.
«Ma si può sapere come hai fatto?» gli chiese Andrea mentre cercavano l’uscita.
Roby gli spiegò che aveva messo fuori combattimento Faina grazie al Krav Rua Cunne un sistema di combattimento ravvicinato e autodifesa utilizzato anche dal Sussad, il servizio segreto dei quattro mori. Era uno stile di combattimento che aveva origini antichissime, lo usavano gli Shardana, l’antico popolo sardo.
Sbucarono in una cripta buia e umida, alle pareti dei bassorilievi che rappresentavano maschere demoniache, un gioco di luce e ombra sembrava animarle. In lontananza si sentiva il canto gregoriano, Don Carmine era riuscito ad uscire dal camper, dovevano fare in fretta. Si muovevano con cautela sia a causa della scarsa visibilità, sia per paura che ci fossero uomini del boss nei paraggi.
Andrea avvertiva una strana sensazione, come se da un momento all’altro potesse sentire qualcuno sussurrargli subdolo: Penitenziagite! Watch out for the draco who cometh in futurum to gang on your anima! La morte est supra nobis! You contempla me apocalypsum eh? Le bas! Nous avons il diablo! Ugly come Salvatore eh? My little brother! Penitenziagite!!
Il trillo penetrante del cellulare li fece saltare entrambi.
«Che cazz…!» chiese Roby puntando la pistola in direzione del suono.
«Buono è un messaggio» rispose Andrea spaventato alzando le mani.
«Ce li abbiamo addosso lo hai capito questo sì?»
«Oh mica è colpa mia! » si scusò abbassando le mani. «È mia madre » spiegò poi leggendo il messaggio «no di nuovo co’ ‘ste password! Le mette e non se le ricorda, dico usane solo una… »
«Oh» lo interruppe Roby.
«Eh? »
«Non me ne frega niente. Dobbiamo uscire da qui»
«Va bene, non c’è mica bisogno…devi lavorarci su questa cosa che quando sei sotto pressione diventi scontroso»
«Ok ci lavoro o magari non ricapita che sono in fuga da qualcuno che vuole uccidermi» tagliò corto Roby quindi si mosse in direzione di quella che poteva essere l’uscita. Solo dopo un po’ si rese conto che Andrea era rimasto fermo al punto dov’erano e armeggiava con il cell.
«Ti dai una mossa?!»
«Si rispondo e arrivo»
«Ora? Adesso devi rispondere?» Roby gli andò incontro con rabbia.
«Vabbeh quanto ci metto?!» rispose con sufficienza Andrea.
Roby gli puntò la pistola alla testa.
«Se non ti sparano loro lo faccio io. Andiamo»
Andrea alzò gli occhi per guardare il punto d’incontro tra la canna della pistola e la sua fronte e poi seguì l’amico.
Camminarono in quel labirinto per un po’ fino a quando «eccola!» esclamò Roby fermandosi davanti ad una stretta scala a chiocciola che saliva.
«Non sappiamo dove porta» osservò Andrea fermandosi vicino all’amico.
«Verso su e dal momento che dobbiamo salire…» rispose Roby iniziando a salire, l’amico indugiò un attimo e poi lo seguì. Sbucarono in una chiesa deserta, la luce filtrava dai finestroni. Perfetto era giorno. Attraversarono la navata, il rumore dei loro passi echeggiava nelle alte volte. Uscirono alla luce e alla libertà. La scalinata dava su una piccola piazzetta con un giardino nel quale alcuni bambini giocavano sotto lo sguardo attento delle loro mamme. Giusto un paio di macchine animavano la rotatoria. Tutto scorreva regolarmente come niente fosse accaduto. Quando si dice l’indifferenza. Trovarono una macchina in carsharing e tornarono a casa, guidò Roby perché Andrea era molto occupato con il cellulare.

– No non me la ricordo ma’, non era Marianna? 🙂 –
– No quella era quella della posta elettronica, a me serve quella di Facebook –
– E allora no, non me la ricordo. Ma non te l’eri appuntata. 🙂 –
– Non riesco a trovare il foglietto. Però mi sembra che avevamo messo Marianna 2, tu non è che te lo ricordi?-
– E dalle! No. Non me lo ricordo. Non le mettere più ‘ste password tanto un hacker se vuole entra, mentre tu no!-
– Forse era Marianna 2 senza spazio-
– Sto per entrare in galleria. 🙁 –

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