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Di come si conclude questa storia

 

CAPITOLO 18

C’era molta gente nella sala del Campidoglio, per lo più stampa, ma anche esponenti del movimento “Tango per cambiare“ e turisti che volevano farsi una foto con il futuro sindaco della capitale.
L’auto di Donado era già arrivata, erano arrivati anche i rappresentanti della Black Industry.
Manila entrava e usciva da una stanza la cui porta era accostata, dentro si vedeva il candidato sindaco seduto in attesa, in piedi accanto a lui un tizio in giacca, cravatta e semiautomatica.
C’era nervosismo, Rocco non rispondeva al telefono e nessuno sapeva perché, nessuno tranne uno strano gruppetto in fondo alla sala composto da cinque uomini, uno di loro nascondeva le proprie sembianze sotto un mantello con cappuccio che lo faceva assomigliare a Grampasso.
La conferenza doveva cominciare, non si poteva aspettare ancora.
Donado uscì dalla stanza e raggiunse il microfono seguito da Manila e dal tipo armato. Chi aveva un posto a sedere si accomodò. In prima fila erano già seduti i due rappresentanti della Black Industry e una delle project manager della VerbaVolant.
«Buongiorno a tutti» esordì l’uomo al microfono. Il brusio cessò sfumando.
Il falso Donado non era completamente a suo agio, sembrava nervoso, eppure non era la prima volta che parlava in pubblico, anzi ultimamente aveva interpretato quel ruolo sempre più spesso, ma questa volta aveva pescato la carta dell’imprevisto e non sai mai cosa nasconda. Raccolte le idee stava per cominciare il suo discorso quando qualcosa che stava avvenendo in sala catturò la sua attenzione. Qualcosa che catturò l’attenzione anche di Manila e di tutti quelli fronte pubblico. Gli astanti in piedi si stavano lentamente aprendo creando un corridoio, lungo cui avanzava quella strana Compagnia dell’Anello.
Il gruppetto si fermò al centro della sala e solo dopo aver ottenuto l’attenzione di tutti, il tipo vestito da Grampasso, in modo solenne, fece scivolare dietro la schiena il cappuccio, svelando la sua vera identità. Si levò un mormorio di stupore, quando tutti riconobbero, in quell’uomo vestito in abiti anacronistici, un altro Donado.
«Sono due! » sussurrò una voce.
«Sono uguali! » constatò un’altra
«Un gemello» si accodò una terza voce.
«Ma non è Grampasso! » notò un quarto.
«Aoh! Sei bello ma non sei trasparente!» esclamò, in modo poco cortese e un po’ vintage, un quinto.
Alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, lì presenti, si fecero avanti, capeggiati da un tenente dei carabinieri giovane e dall’aria sveglia.
Non fu facile per il vero Donado spiegare chi fosse e cosa fosse accaduto, l’outfit Terra di Mezzo e soprattutto la presenza di un altro Donado, più accreditato, non testimoniavano a suo favore.
Il finto sindaco seguito da Manila raggiunse il gruppetto.
«Si può sapere cosa sta succedendo?» Lo disse con ostentata autorità, ma il suo nervosismo era evidente.
«Stiamo cercando di capirlo» rispose il tenente osservando con stupore l’incredibile somiglianza. Anche Donado ebbe una strana vertigine, il suo impostore era effettivamente uguale a lui, sembrava l’immagine riflessa di uno specchio che ha però vita propria.
«Quest’uomo che le somiglia incredibilmente sostiene di essere lui il vero Javier Donado e che lei sia solo un impostore» il tenente era incuriosito da questa storia. Per quanto incredibile c’era qualcosa nell’uomo con il mantello che gli ispirava fiducia.
Il falso Donado scoppiò in una risata poco credibile «È evidente che quest’uomo è un pazzo e per quanto debba riconoscere che mi somiglia molto, la sua storia è piuttosto folle non crede?» chiese poi rivolto al militare.
Il carabiniere dovette convenire che la storia che gli aveva raccontato il tipo con mantello e cappuccio non stava in piedi e si decise a portare lo strano gruppetto in centrale per accertamenti. Fece allontanare tutti.
Andrea realizzò che stavano perdendo la loro occasione. Dopo tutto quello che avevano fatto non potevano lasciare che la cosa finisse così. Dovevano trovare una soluzione e al più presto, un modo per smascherare l’impostore, ma come? Effettivamente erano uguali, cosa poteva dimostrare che il loro era il vero Javier Donado? Poi ebbe l’illuminazione.
«Ulisse!» gridò. Lo guardarono tutti cercando di capire chi stesse chiamando.
«L’Odissea» continuò eccitato «La sfida con l’arco ad Itaca! È così che Ulisse prova la sua identità»
Donado lo guardò fulminandolo con lo sguardo.
«Io non so tirare con l’arco» gli disse fra i denti.
«Ma no che c’entra. Ulisse tese l’arco, che solo lui era in grado di tendere, per farsi riconoscere» spiegò Andrea « nel nostro caso che cos’è che Donado è famoso per saper fare in modo divino?»
«Il puré?» chiese il vero Donado che ignorava fosse nota questa sua abilità.
«Il tango!» esclamò Andrea tirando fuori il cellulare, sfogliò fra le sue playlist e trovato ciò che cercava lo fece partire. Si sentirono le note di Barrio de Tango degli Otres Aires.
«Una sfida di tango! Ognuno dei due sceglierà una partner e si esibirà. In questo modo sarà chiaro a tutti chi è il vero Javier Donado e chi l’impostore» concluse definitivo Andrea.
«Ma che cosa stupida!» Manila si fece avanti, elegante e impettita. «È evidente che questo è uno scherzo e di cattivo gusto per giunta, se non addirittura un sabotaggio. Che ne dice di scortare questi pagliacci fuori tenente e di farci continuare» disse autoritaria. Nascose dietro una cortese richiesta quello che per lei era un ordine e forse fu questo, forse la tensione che aveva intravisto con la coda dell’occhio sul viso del Donado ufficiale, ma il militare non eseguì, anzi.
«La proposta del signore mi sembra invece ragionevole, effettivamente la somiglianza è sconcertante. Non me la sento di liquidare la cosa come una semplice pagliacciata come sta facendo lei signora, mi dispiace»
«Ma è assurdo!» Esclamò Manila ad alta voce, ma senza gridare. Si guardò intorno nella sala alla ricerca di consensi da parte degli ospiti. Ma questa cosa aveva incuriosito tutti, ognuno voleva smascherare l’impostore e dire io c’ero.
Il militare la ignorò e diede indicazioni ai suoi sottoposti di far spazio nella sala. Il vero Donado accettò la sfida con entusiasmo, guardò fra le astanti come se le soppesasse e poi s’incamminò verso una giornalista, una gran bella donna, con un’eleganza d’altri tempi, la invitò ad essere la sua partner per questa esibizione, lei arrossì ma non ci pensò su nemmeno un minuto.
Per il falso Donado la partner fu scelta d’ufficio da Manila, se stessa.
Andrea si autoproclamò dj della serata e fece partire sul suo cellulare “Asi se baila el tango“ nella versione dei Bailongo. L’audio si sentiva perfettamente, sembrava uscire da una amplificatore e sembrava diffuso da monitor professionali, merito di un’ app: i-Capito! che Andrea aveva installato sul suo smartphone.
La giornalista si allontanò lentamente da Donado facendo scivolare i piedi come se volesse tracciare una linea che conducesse da lei a lui. Raggiunse una distanza da duello, si strappò la parte bassa della gonna restando con una minigonna molto sexy. Donado gettò via il mantello, non aveva più bisogno di nascondersi, quello era il suo regno. Avanzarono l’uno verso l’altra come se si cercassero da sempre ma al tempo stesso come se temessero l’intensità di quel bisogno. La musica cresceva. Giunsero alla distanza di un respiro, ruotarono entrambi intorno ad uno stesso desiderio senza mai staccare gli occhi dagli occhi. Si sfiorarono, si respinsero, la mano di lui scivolò lungo la schiena di lei accompagnandone la curva. Lei sfiorò appena la nuca di lui e ne percorse la linea fino alle spalle. La gamba di lei s’infilò sfrontata fra le gambe di lui per poi ritrarsi subito. Fu un cercarsi e un sottrarsi in un gioco del desiderio. In pochi si accorsero dell’altra coppia. Il falso Donado più che un tanguero sembrava un sedicenne ad una festa di pomeriggio ed era comunque meno imbarazzante di Manila che ostentava una sensualità solitaria e tanto eccessiva, che ne avanzava abbastanza per un video di Paola e Chiara.
Quando il brano finì il verdetto fu unanime, sancito da un lungo applauso. Il falso Donado e Manila cercarono di approfittare di quel momento per fuggire, ma il giovane tenente non si fece cogliere in fallo e li fece arrestare, in parte anche per l’esibizione, chiarì successivamente.
Donado fece fare un casqué alla bella giornalista per ringraziare la folla entusiasta.
Due sere dopo ci fu una grande festa alla factory PCM. Furono invitati tutti, ‘o prufessore con la duchessa, F, Valdichiaramarco, venne anche Rosalba.
C’era una gran bella atmosfera nell’aria, un senso di riscatto. Emil si era messo in consolle, altra sua grande passione. L’open bar e il centro della factory erano gremiti.
Andrea uscì fuori per stare un po’ solo con i propri pensieri. Passò davanti ad Enos l’elefante che pascolava sereno, il suo domatore si era accomodato su un seggiolino e si era preso, tutta per se, una brocca di sangria. Quando Andrea gli passò vicino, l’uomo fece il gesto di offrirgliela, ma Andrea rifiutò. Arrivò ai margini del cortile, dove l’ombra inghiottiva tutto. E ora? Avevano vissuto quegli ultimi giorni così intensamente che tornare alla normalità sembrava impossibile.
«Se penso che tutto è nato da un dettaglio insignificante» disse Roby affiancandolo e guardando anche lui in quel buio infinito «poteva essere ambidestro o un immagine flippata e invece…»
«Tra la ragione e l’istinto abbiamo scelto l’istinto e abbiamo avuto ragione» rispose Andrea guardando l’amico. Il cielo alle loro spalle era illuminato dai fuochi d’artificio, mentre di fronte s’intravedevano solo le sagome di ciò che il buio nascondeva.
«Ah siete quì» si girarono verso Poly che li aveva raggiunti «che gran lavoro eh? Non saremmo riusciti a fare meglio neanche con gli Eagle Force» scherzò, facendo riferimento al corpo d’elite di cui aveva in passato fatto parte.
«Tu sei stato un grande» lo ringraziò Roby.
«Ragazzi era tanto che non mi divertivo così! Farsi sparare addosso è lo shooting che preferisco» rise e loro con lui.
Guardarono tutti e tre verso il buio.
«Certo ora che è finita non sparire di nuovo, non è che ci si incontra solo quando bisogna combattere il male» osservò Andrea. Non ricevendo risposta si voltò verso Poly ma, et voilà, sparito.
«Ma dov’è?» chiese a Roby
«Boh, era qui» ripose questi guardandosi intorno.
Volatilizzato. Un’ombra dissolta nell’ombra.
I due PCM tornarono a guardare la radura buia davanti a loro restando in silenzio, mentre gli schiamazzi della festa continuavano alle loro spalle.
Si scambiarono uno sguardo e decisero di rientrare.
Mentre attraversavano lo spiazzo verso l’ingresso del casale, Andrea si rivolse all’amico.
«Prima mentre eravamo lì, nell’ombra della radura, mi è sembrato di vedere il vecchio Ben»
«Si anche a me» rise Roby «l’alcol si combatte con l’alcol. Altro mojito?» Chiese poi.
«Certo» disse Andrea.
Rientrarono lasciando il piazzale illuminato, ma vuoto. Non del tutto vuoto, c’erano sempre il vecchio elefante perso nei suoi pensieri e il suo domatore che beveva la sua sangria e nel buio al limitare della luce, qualcuno avrebbe potuto giurare di intravedere la sagoma evanescente di un vecchio, un vecchio che somigliava incredibilmente a sir Alec Guinnes.

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