Socializzate

di come PCM incontra La Mano

 

 

Capitolo 11

«Si tratta di un software di perlustrazione» spiegò Roby mentre armeggiava con il suo portatile «l’ho chiamato Cerebro in omaggio a…»
«So cos’è Cerebro» lo interruppe Andrea, aveva in mano due tazze fumanti di caffè d’orzo, unico tipo di caffè che poteva prendere, a quell’ora del pomeriggio, per non compromettersi il sonno. Si accomodò vicino all’amico e gliene passò una.
«L’ho progettato proprio con lo scopo di poter cercare in rete il significato di combinazioni numeriche che non abbiano apparentemente senso» continuò a spiegare Roby bevendo un sorso. «Funziona in questo modo, gli diamo dei parametri» mentre parlava digitava sulla tastiera «tipo intrigo politico, spy story, fantascienza, esoterismo, indizio sequestro, segreto, appuntamento, codici isbn, carte di credito e altro insomma, e poi gli diciamo cosa ignorare, in questo caso niente perché non saprei cosa escludere»
«Beh allora fortuna che abbiamo trovato una combinazione numerica di cui non sappiamo niente» Andrea si accomodò accanto a lui.
«Esattamente! Naturalmente potrebbe darci più di qualche risultato, starà a noi poi scegliere. Sei pronto? Vai» digitò solenne invio lanciando Cerebro nel web.
Sorseggiarono in silenzio il loro orzo guardando entrambi stringhe di codici che si succedevano sul monitor
«Pensavo che dovremmo farci un’assicurazione» rifletté ad alta voce Andrea con metà viso immerso nella tazza.
«Di che parli? Qui tutto è assicurato!»
«Non quel tipo di assicurazione, intendo un’assicurazione sulla vita, un qualcosa per far si che chiunque voglia farci fuori ci pensi su due volte» aveva catturato l’attenzione dell’amico «diamo l’affidavit e la registrazione a qualcuno di fidato con il compito di divulgarlo nel caso ci accadesse qualcosa»
«Divulgare come? Potrebbero avere anche la stampa oltre che la polizia» fece notare Roby
« Tanto per cominciare non siamo sicuri neppure che abbiano la polizia e poi ci sarà qualche giornalista pulito» sbirciò la reazione dell’amico da dietro la tazza.
«Fino a che qualcuno non gli fa l’offerta che non si può rifiutare» rispose cinico Roby.
«Forse! Forse hai ragione, ma dobbiamo fare un atto di coraggio e soprattuto di fiducia. Io non credo nel tutto marcio, dipende da noi. La conosci la legge d’attrazione?»
«Quella che cercavi di usare con la ragazza del bar vicino a studio?»
«Si, ma ha anche altre applicazioni»
«Meno male perché non è che poi fosse andata così bene» fece notare divertito Roberto.
«Lei il numero me lo aveva dato, sono io che l’ho scritto male, comunque sai cosa penso? Che dobbiamo essere ottimisti, alla fine andrà tutto bene e se non dovesse andare bene, vuol dire che non è ancora la fine»
«John Lennon» esclamò Roby puntandogli contro l’indice come a dire: tanato!
«Marigold Hotel» rispose Andrea ricambiando il gesto.
«Chi sarebbe la nostra polizza? A chi pensavi di inviare il materiale?» prese la tazze dalle mani di Andrea e le portò tutte e due al lavandino.
«Pensavo a Papen, che dici?»
Roby stava sciacquando le due tazze, si fermò si voltò verso l’amico e dopo una veloce riflessione.
«Perfetto! Papen è perfetto!»
Era diverso tempo che non sentivano Papen, ma questo non aveva intaccato minimamente la loro amicizia. Il loro amico si era trasferito in un’altra città, dove aveva finalmente realizzato il suo sogno: trasferirsi in un’altra città per realizzare il suo sogno.
Quella mattina il cielo annunciava una magnifica giornata, una di quelle che rendono questa città ancora più bella se possibile, presero la Boneville di Roby. Avevano messo tutto il materiale su una chiavetta a forma di microfilm e Andrea aveva scritto una lettera per Papen in cui gli spiegava il da farsi. Aveva utilizzato un loro codice segreto nel caso fossero stati intercettati. Su una cosa era stato molto chiaro: sefe dofovefessifimofo moforifirefe vuofolefe difirefe chefe siafamofo stafatifi ufuccifisifi quifindifi spefedifiscifi il mafateferiafalefe a tufuttifi ifi giofornafalifi. Speferofo a prefestofo cafarofo amificofo.
Arrivarono alla posta facendo un percorso tortuoso per seminare eventuali inseguitori.
«Fatto!» esclamò Andrea uscendo dalla posta e raggiungendo Roby che lo aspettava sulla moto «assicurazione stipulata e speriamo che non serva»
«Così diciamo tutti» disse Roby passandogli il casco.
«Così diciamo tutti» ripeté Andrea mentre lo indossava.
Erano sul lungotevere all’altezza di ponte Sant’ Angelo quando Roby accostò con la moto e fece scendere l’amico.
«Perché ci fermiamo? Dove devi andare?» Chiese questi con disappunto mentre si toglieva il casco.
«Ci stanno seguendo» rispose preoccupato Roby, togliendosi anche lui il casco.
«Chi?»
«Il suv nero che è appena passato»
«Ne sei sicuro?» Andrea cercò il suv con la coda dell’occhio.
«Ce li abbiamo dietro da ponte Mazzini»
«È il lungotevere, il novanta per cento delle macchine che avevamo dietro a ponte Mazzini è ancora dietro di noi» gli fece notare Andrea.
«Quando senti il rumore di zoccoli a che pensi?» gli chiese a bruciapelo Roby.
Andrea ci pensò su un momento
«Imbarco per Procida? I tipi in canotta e zoccoli che strillano lungo il molo? jett’a fune!»
«Cavalli , pensi ai cavalli e non alle zebre» precisò Roby.
«Alle zebre? Se non era per te io neanche mi ricordavo che esistevano.»
«Si è fermato, Andre’ si è fermato!» Roby indicò con la testa in direzione del suv, che effettivamente si era fermato un po’ più avanti, ne scesero dei ninja e un tipo con un ronin su cui era montata una GH5. Quest’ultima figura li tranquillizzò, poteva essere una piccola troupe che magari doveva girare un improbabile film. La tranquillità durò ben poco, il cameraman e gli assassini stavano andando verso i due picciemme a velocità crescente
«Cazzo La Mano ce l’ha proprio con noi!» Fece notare Andrea mentre il suo corpo autonomamente si posizionava a favore di fuga.
«E allora il cameraman?» Chiese Roby guardandoli come un alce i fari di una macchina.
«Non lo so e neanche me ne frega niente» rispose Andrea cominciando a muoversi.
Roby si sciolse dall’incantesimo e raggiunse l’amico la cui andatura era a metà fra un maratoneta e un centometrista.
I ninja smisero di dissimulare e cominciarono a correre dando vita ad un vero e proprio inseguimento nel centro di Roma. I picciemme dovettero far ricorso alle nozioni di parkour che un buon montatore deve conoscere e che loro avevano imparato ad un corso di specializzazione della regione. Cominciarono a saltare da un cornicione ad un parapetto, da una ringhiera ad un monumento. Si spostavano di livello rimbalzando da un muro a quello di fronte. Nella frenesia dell’esecuzione a volte rimbalzavano da un punto ad un altro per poi tornare al punto da cui erano partiti in una figura tanto bella quanto inutile.
Per quanto sfidassero la gravità e le sue leggi il gruppetto di ninja gli stava sempre alle costole, quindi decisero di condurre la fuga in modo più tradizionale. All’altezza del Colosseo rubarono un braccetto da selfie da una bancarella e un paio di cappellini, si scambiarono le magliette e si confusero fra i turisti.
Sembrava li avessero seminati quando furono attratti da un capannello di persone che si era raccolto nello spiazzo davanti al Colosseo. Roby riconobbe al centro di quel gruppetto l’outfit ninja, contro ogni logica andò in quella direzione come una falena verso la luce, e Andrea lo seguì come farebbe un amico della falena.
Nello spiazzo si era creata una situazione di tensione. Un gruppo di turisti aveva voluto farsi le foto con i ninja invece che con il Massimo Decimo Meridio di turno, un tipo secco, nodoso, con la barba ispida che odorava di vino solo a guardarla e con la faccia del Capitano tatuata sul polpaccio.
Il centurione con il dito puntato all’altezza del naso del ninja gli spiegava il significato dell’espressione idiomatica: te ne devi annà!
Gli altri tre ninja accerchiarono l’antico romano, ma non fu una gran mossa perché tutti i legionari lì intorno mollarono le foto per schierarsi in cerchio intorno ai fantasmi neri. La situazione precipitò in fretta. La Mano si trovò costretta ad affrontare le mano e fin da subito non sembrò la favorita.
I picciemme ne approfittarono per allontanarsi, tornando alla moto. Prima l’irlandese ora La Mano, cominciavano ad avere un “po’ troppo onore“ per i loro gusti.

 

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