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Dell’informatore e del vecchio circo

Capitolo 12

«Non mi sembra una buona idea!» commentò Roby seduto al tavolo della sala riunioni, mentre andava alla deriva in rete.
Tornati all’ovile, dopo dopo essere sfuggiti a La Mano, cercavano di rilassarsi, o almeno era quello che cercava di fare Roby, ma Andrea non trovava pace. Andare al funerale di Igor era la sua ultima pensata.
«È un amico e poi potremmo trovarci l’assassino. Si dice che vada sempre al funerale della sua vittima» fece notare.
«Appunto! Ribadisco, non mi sembra una buona idea» Roby si alzò come volesse evitare fisicamente l’argomento «la nostra strategia dovrebbe essere stare lontano da chi vuole ucciderci, e lì è probabile che di gente che vuole ucciderci c’è ne sia parecchia»
«E quindi? Ce ne stiamo qui in attesa che prima o poi il cadavere del nostro nemico scorra sul fiume? Neanche c’è un fiume qui e poi se non sappiamo come è fatto il nostro nemico come lo riconosciamo quando passa?» Andrea era in piena emorragia verbale, quando cominciava a fare battute confidando sulla legge dei grandi numeri significava che era stanco e nervoso, Roberto capì che non poteva sottrarsi alla discussione.
«La polizia abbiamo deciso di no?» chiese pur conoscendo la risposta.
«È un rischio. Hanno sicuramente qualcuno all’interno, se hanno organizzato un piano come questo, si saranno certo preoccupati di pararsi il culo.» Andrea cominciò a camminare come stesse arringando una giuria «secondo e non meno importante, noi denunciamo la Volant con quali prove? Ufficialmente Donado non è mai scomparso! Per cui scatta una contro querela per diffamazione. Poi magari scoprono che noi ce ne siamo andati in giro per la città a chiedere di Igor, e dopo poco Igor muore in circostanze misteriose» Andrea spalancò le braccia come a mostrare l’evidenza. « Secondo te chi finisce al banco degli imputati? Noi! Ci finiamo noi! E senza prove non ci tira fuori nemmeno la Tascioni» concluse con la certezza di aver conquistato la giuria.
«La Tascioni ci riesce! » affermò deciso Roby per sdrammatizzare.
Andrea rispose al sorriso dell’amico e si allontanò inseguendo un pensiero che sembrava sfuggirgli. «Dobbiamo giocare in attacco» disse pensando ad alta voce. Si fermò e rivolto all’amico «Chi ha detto che al funerale dobbiamo andarci da soli?»
«In che senso?» chiese Roberto.
Gli andò incontro entusiasta «Se avessimo un angelo custode non correremo alcun rischio… e forse conosco uno che fa al caso nostro. Esco un attimo per fare una telefonata».
Uscì lasciando di nuovo Roby davanti al computer, sballottato, dagli hyperlink, da un sito all’altro.
Quando Andrea rientrò sembrava sollevato«Abbiamo copertura» andò incontro all’amico e sollevò la mano a mezz’aria per dargli il cinque. Il suono del palmo contro il palmo sanciva l’intesa e il buon esito.
Emil era un ex fotoreporter che aveva lavorato principalmente in zone di guerra, era stato anche prigioniero di guerriglieri non meglio identificati, per loro stessa ammissione. Tornato dalle zone calde aveva smesso l’attività di fotoreporter, complice anche la crisi della carta stampata, e si era dato al traffico di armi.
«Oggi siamo tutti fotografi» aveva confidato una sera ad Andrea davanti ad una birra «alle manifestazioni ci sono più fotografi che manifestanti» c’era una punta di amarezza che cercava di nascondere sotto la schiuma della birra «una volta la fotografia fotografava il notevole, oggi la fotografia dichiara notevole ciò che fotografa»
«Bella! Tua?» Andrea aveva trovato una tale profonda verità in quell’aforisma.
«Magari, è di Roland Barthes» precisò Emil «però quella dei manifestanti è mia» aggiunse con un pizzico di fierezza.
«Le armi invece, è più un settore di nicchia» si pulì la schiuma dalla bocca e fece una pausa di raccoglimento «chiunque può comprarsi una reflex, ma una cassa da 60 Uzi di fabbricazione belga con caricatore da 40, quella è un’altra cosa. Cartucce calibro 9x19mm parabellum non so se rendo? Altro che cinquanta uno e due serie L» e così dicendo sollevò il bicchiere di birra in un simbolico brindisi.
Emil era la persona giusta per dar loro copertura, sarebbe arrivato alla chiesa, avrebbe scelto la postazione e da lì avrebbe tenuto tutto sotto controllo con una carabina T3 di precisione.
Sapere che non sarebbero stati soli diede loro modo di rilassarsi. Si sdraiarono sui due piccoli divani, sentirono i muscoli distendersi e la leggerezza riempirli fino a…
Furono svegliati dal suono di Cerebro. C’era un riscontro! Si precipitarono entrambi al computer.
Il numero che avevano trovato poteva corrispondere alla sequenza di Fibonacci se i numeri fossero stati diversi.
Andrea tornò al divano lasciandosi alle spalle un vaffanculo silenzioso.
Roby invece, da padre affettuoso qual era, lanciò una nuova query. Ogni fallimento ci avvicina al successo aveva letto da qualche parte o forse non era proprio così, ma a lui ora serviva così.
In cielo fra le nuvole sparse una, massiccia e bianca, sembrava un orso alla ricerca del suo cucciolo rapito dai bracconieri. Roberto la fissava esercitando la sua pareidolia; da quando aveva scoperto che il gioco di cercare forme nelle nuvole aveva un nome così serio lo faceva con più entusiasmo e professionalità.
Erano arrivati nei pressi della chiesa con un’po’ di anticipo, il funerale non sarebbe cominciato prima di una mezz’ora . Avevano preso la macchina di Emil perché l’Enterprise era in riparazione, l’amico si era mosso prima di loro con la moto di Andrea. Erano collegati con il loro angelo custode tramite degli auricolari utilizzati sui set.
«Arriva il carro» comunicò Emil nell’auricolare.
Roby imbracciò la Mark su cui avevano montato il trecento due e otto e cominciò la telecronaca.
Nel piazzale della chiesa la macchina con il feretro si fermò davanti alle scale che portavano alla chiesa. Tutti cominciarono ad avvicinarsi per creare un corridoio, c’era Manila Forch come al solito elegantissima e accanto a lei Rocco Mercadante anche lui impeccabile nel suo completo nero con camicia bianca. Si era sempre chiesto se fra quei due ci fosse o ci fosse stato qualcosa. C’era Arianna in lacrime, accanto a lei un tipo molto elegante che parlava con la Forch, c’era Valdichiaramarco che parlava con una ragazza che non conoscevano, c’era naturalmente la famiglia di Igor, la madre, le sorelle e il compagno della madre.
«Cazzo!»
«Chi hai visto?» Chiese Andrea che era costretto a guardare con gli occhi dell’amico
«C’è il tipo di Don Carmine, quello grosso, come è che si chiama? Groack»
«Ecco lo sapevo e il furetto?»
Roby spaziò intorno col cannone che teneva in mano, alla ricerca di tracce di Faina. Si fermò di colpo
«L’hai visto?» chiese Andrea sporgendosi accanto e guardando lungo la traiettoria dell’obiettivo.
«Ma c’è Simonetta!»
«Chi?»
«Simonetta! Riccobono ed è con il tipo» Roby tirò giù di colpo la camera poggiandosela sul petto, come se volesse evitare di essere di visto da chi stava spiando.
Simonetta Riccobono era una della prime cotte universitarie di Roby, un idillio durato pochi mesi perché erano dovuti partire lui per tornare in Sardegna, lei per Grecia o Ibiza o qualcosa del genere e al ritorno ognuno per proprio conto come se non fosse mai successo niente.
«Ok, ma invece il piccoletto?»
«Ma tu il ragazzo lo conosci? Sembra un po’ lollone.»
Andrea lo fissò cercando di capire.
«Il ragazzo di Simonetta?» chiarì l’amico.
«Si l’ho conosciuto e mi dispiace per te, ma è simpatico. Ora ti va di continuare a cercare il sorcio?»
«Ti dispiace? Guarda che non me ne frega niente, era solo perché sembra un po’ un coglione»
«Il piccoletto cazzo lo hai visto il piccoletto?» Andrea si stava spazientendo.
«No tieni, cercatelo te che io non lo vedo, così vedi pure il tuo amico che ti sta tanto simpatico» gli passò la macchina fotografica.
«Tu non sei un coglione, però cazzo se lo fai bene!» disse Andrea prendendo la camera e puntandola sull’ingresso della chiesa.
Emil gracchiò nell’auricolare «Tipo strano in avvicinamento. Se vi da problemi basta dire “fallo” e da questa distanza ve lo faccio inginocchiare davanti allo sportello»
Andrea guardò nello specchietto e passò velocemente la camera a Roby
«Ma che ca…!» Disse Roby vedendosela piovere sulle gambe.
«TDK» spiegò Andrea.
Il tipo si fermò in piedi e si abbassò quel tanto che il suo viso potesse rientrare nel riquadro del cristallo
Boris Cocoziello detto TDK per via del tatuaggio che aveva sulla spalla sinistra e che riproduceva un’audio cassetta TDK metal da 90, era un’amico del Poly e per la proprietà transitiva anche un loro amico, anche se in questo caso specifico sia Roby che Andrea non credevano molto in questa proprietà. Era anche lui un fotografo, ma era tante altre cose, videomaker, grafico, coordinator vision social, fashion blogger, consulent on mood campaign, like hunter, comment copy e ortopedico. Aveva una tariffa standard per ogni sua prestazione, cento euro. Da qui il soprannome affibbiatogli dal Poly: er piottaro.
Andrea abbassò il finestrino.
Il tipo indossava un giaccone di pelle Schott e sotto una camicia jeans, in testa aveva delle cuffie collegate con un filo ad un walkman appeso alla cinta di pelle del Charro.
«Bella! Vi avevo visto, ma non ero mica sicuro foste voi. Da quando avete una macchina?» disse allegro mentre spegneva il walkman.
Roby fece sparire la camera a terra dietro il sedile del passeggero.
«Si siamo passati per un saluto ma stiamo andando» rispose Andrea posizionando le mani alle dieci e dieci sul volante.
«Vi dispiace se salgo che ci facciamo due chiacchiere? Che poi noi chissà quando se ribeccamo» senza aspettare risposta aprì lo sportello posteriore e entrò.
«Qui a terra c’è una reflex con un obbiettivo da cinquemila euro lo sapevate vero?» Li informò una volta accomodato.
Roby si girò, la prese e la portò davanti.
«Bell’ottica, da soddisfazioni» commentò TDK poi fece una pausa come aspettasse una loro risposta, visto che non arrivava continuò «Madre che botta no? Annassene a st’età!» si sistemò i capelli guardandosi attraverso lo specchietto retrovisore. «Dice suicidio, che poi è strano come suicidio, non trovate?»
Quest’ ultima sua frase aveva ottenuto l’effetto sperato. Aveva lo loro attenzione.
«In che senso?» Andrea lo guardò attraverso lo specchietto.
TDK si adagiò sul sedile, come fosse a casa sua. «Niente però penso… se non s’è ammazzato è segno che l’hanno suicidato. E chi è che poteva vole’ morto er poro Igor?»
«Arriverà il momento in cui ci dirai che vuoi?» intervenne Roby girandosi verso l’ospite.
«Proporvi un affare» TDK si sporse in avanti poggiandosi con le due mani sulle spalliere dei sedili.
«Che tipo di affare?» Andrea sentiva che quella discussione avrebbe portato a qualcosa.
«Mettiamo il caso che qualcuno stia cercando l’originale di una cosa o di una persona. Per dire!»
«Per dire?» ribadì Andrea.
«Certo per dire» lo rassicurò il tipo «e potesse sapere dove trovare l’originale di questa cosa o di questa persona, sarebbe disposto a comprare quest’informazione?»
«Sempre per dire?» Chiese conferma Andrea.
«Sempre per dire» TDK alzò le mani come a dichiarare la sua estraneità.
«E quanto costerebbe quest’informazione?» intervenne Roby «per dire, ovviamente»
«Bada ben bada ben bada ben! Cento euro, che poi sarebbero le vecchie duecentomila lire» rispose diretto TDK.
«Ci hai voluto stupire!» commentò sarcastico Roby.
«A me sembra un buon affare no?»
«Certo! Se uno dovesse aver bisogno di quell’informazione?» Andrea cercava di tenersi a debita di stanza dall’ammissione di interesse.
TDK tornò a sdraiarsi sul sedile. «Però non qua»
«Ah no? E dove?» chiese Roby.
«Al vecchio circo sulla Nomentana, oggi nel pomeriggio».

CAPITOLO 13

«Che sapete di questo Pio Ottavo?» Emil era seduto sul divano della sala riunioni della factory.
«Taro! Piottaro! Mica è un pontefice» lo corresse Andrea.
«Vabbeh. Che tipo è?»
«Boh, simpatico?» rispose Andrea chiedendo conferma a Roby.
«Come una gastroscopia!» sentenziò questi.
«Non me ne frega niente se è simpatico. Intendo se è uno di cui ci si può fidare?»
«Fidarsi mi sembra un termine forte, è uno che per cento euro fa qualsiasi cosa» Roby guardò verso Andrea cercando conferma.
«Figurati quindi se glie ne dai di più!» aggiunse Emil «ci avete pensato che potrebbe essere una trappola? Questo tipo spunta dal nulla, e guarda caso ha informazioni per voi»
«Certo che ci abbiamo pensato» confermò Andrea«ma a questo punto c’è un solo modo per scoprirlo!» aggiunse poi con il tono che avrebbe usato Jack Bauer. «Non possiamo non andare a vedere questa mano, se TDK non sta bluffando abbiamo la possibilità di trovare Donado»
«E una volta scoperto che pensi di fare?» chiese Roby. L’avvocato del diavolo è un mestiere del cazzo ma qualcuno lo deve pur fare si disse.
«Non lo so Ro’ non lo so. Un passo alla volta» Andrea era consapevole che quello che aveva non somigliava neppure lontanamente ad un piano. Smontare un’idea è uno sport molto diffuso, proporne una invece è una cosa che sanno fare in pochi. Si girarono verso Emil speranzosi.
«Mettiamola così. Se questo TDK non vi sta tirando un brutto scherzo e vi dice dove trovare Donado, andiamo lì e lo liberiamo, niente di più facile»
«Andiamo e…facile» ripetè Roby ad Andrea.
Il vecchio circo sulla Nomentana, come l’appellativo suggeriva, era un vecchio circo situato appunto in via Nomentana. Da quando la legge aveva proibito gli spettacoli con gli animali, il circo per sopravvivere aveva tentato il tutto per tutto e aveva messo in cartellone “Spettacoli con animali mai visti“ dove i domatori facevano lo spettacolo fingendo la presenza degli animali, idea che non aveva dato i frutti sperati. Dopo pochi mesi c’era stata la chiusura. Era rimasta solo la struttura e un elefante che non se ne voleva andare. Con lui era rimasto anche il suo domatore, che sosteneva di parlare con l’animale e che questi gli avesse confidato: «all’età mia ‘ndo voi che vado? Fori fa pure freddo e come piove». In molti avevano riconosciuto nella confidenza del pachiderma le parole di una canzone, ma alla fine nessuno si era preoccupato di mandarli via.
L’animale girava in libertà nell’area del circo e dalla tangenziale, che gli passava accanto, lo si poteva vedere spesso passeggiare pensieroso.
Dal momento che il posto era semi deserto, era spesso usato come luogo di incontri segreti e nel tempo era diventato uno dei più gettonati, era anche segnalato da Secret Zone, un sito che recensiva luoghi isolati per incontri segreti; insieme alla vecchia fonderia abbandonata e alla cava lungo la statale, il circo abbandonato era quello con le recensioni migliori.
Quando arrivarono, Enos, così si chiamava il vecchio elefante, se ne stava vicino alla roulotte. Il domatore era seduto poco lontano e faceva le parole crociate, accanto a lui un tavolino con sopra una piccola scodellina verde. I due picciemme passarono e lasciarono degli spicci nella scodella come era usanza. Di fatto chiunque utilizzasse quel luogo per i propri scopi, dalla mafia russa alla Yakuza, dall’ex KGB alla Spectre, fino alla polizia corrotta, contribuiva al mantenimento di Enos e del suo domatore.
TDK aveva dato loro appuntamento dentro il tendone del circo, aveva prenotato dalle 19 alle 20, un ampio margine per quel tipo di trattativa.
La sera scendeva abbassando la luce di almeno due stop, il tendone era ormai una sagoma stagliata su un cielo di metallo
Entrarono attraversando un corridoio che sbucava in una pista illuminata e riprendeva simmetrico dall’altra parte, dividendo gli spalti in due semicerchi
Lo nuestro se acabó, y te arrepentirás, de haberlo puesto fin
Nella zona centrale c’era un clown che si stava allenando, approfittando che fino alle 19 quel giorno non c’erano prenotazioni.
A un año de amor
Da qualche parte una radio stava trasmettendo “Un año de amor“ nella versione cantata da Luz Casal. Non appena il clown li vide raccolse il suo martello gigante, l’hula hop e se ne andò senza neanche degnarli di uno sguardo , che peraltro sarebbe stato triste, come da copione.
Raggiunsero il centro della pista.
«Puntualissimi» dall’ombra del corridoio di fronte a loro sbucò TDK . Indossava sotto lo Schott, una camicia a quadri da boscaiolo e ai piedi aveva degli stivali dalla punta quadra.
«Questo significa che la cosa vi interesse molto, forse vi ho chiesto poco» rise.
Si fermò a circa un paio di metri da loro, mantenendo quella che poteva definirsi una distanza di sicurezza.
«E quindi? Cosa puoi dirci?» chiese diretto Andrea
«Dritti al sodo eh? Giusto, ma non vedo i miei soldi»
«Pensavi li avremmo portati in una valigetta?» Chiese Roby «ce li ho in tasca»
«Beh vediamoli»
Roby prese il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans.
«Se ci dai il numero del tuo conto alle Cayman, facciamo subito il trasferimento» Tirò fuori due pezzi da cinquanta «tiè!» disse passandoli a TDK che li fece sparire in tasca.
«Hai preso i tuoi soldi, ora l’informazione» lo esortò Andrea.
«Quanta fretta, ho prenotato fino alle otto»
«Senti a me il circo non piaceva prima, figurati ora» Roby si guardò intorno mentre lo diceva.
Recordarás nuestros días felices, recordarás el sabor de mis besos.
Ci veniva con la famiglia, non era vero che non gli piaceva, si ricordò dei clown e della ragazza in piedi sul cavallo che girava tutto intorno alla pista. Si era innamorato di quella ragazza. Sorrise senza neanche rendersene conto.
«Y entenderás en un sólo momento qué significa un año de amor.» Canticchiò TDK sulla voce della Casal, mettendoci anche un certo pathos, si stava divertendo. « Mi piace di più la versione di Mina, mi ricorda “Sapore di mare”, la scena con Virna Lisi, ve la ricordate?» chiese
Roby e Andrea risposero contemporaneamente
«No»
«Sì»
Roby si girò verso quel sì e verso l’amico con estrema sorpresa.
«È l’unica scena di quel film che mi è piaciuta» cercò di giustificarsi Andrea.
«Non è vero, il primo è carino, è autentico» intervenne TDK.
«Si vabbeh! Vi va se parliamo del motivo per cui siamo qua?» chiuse risoluto Roby
«Certo certo. Voi snob del cinema italiano!  Volete sapere dove si trova il vero Donado, giusto? Anzi dove lo tengono prigioniero. E io ve lo dico. Donado si trova… » fece una pausa da talent, come se dovesse comunicare il nome del concorrente che sarebbe andato al serale.
Uno sparò echeggiò in quella volta di stoffa. Sulla camicia di TDK si allargò una macchia come di vino rosso su una tovaglia. Il suo sorriso si trasformò in stupore, guardò quel fiore vermiglio dilatarsi, incredulo scivolò a terra come se qualcuno avesse mollato d’improvviso i fili che lo sostenevano.
I due picciemme istintivamente indietreggiarono come se la ferita fosse contagiosa e si guardarono intorno. Non si capiva da dove fosse partito lo sparo e chi fosse stato a sparare, ma non avrebbero dovuto aspettare molto per scoprirlo.
lo que sucederá, todo lo que perdemos
Un uomo cominciò a scendere lungo gli spalti, era armato. Scavalcò la balaustra che separava lo spazio del pubblico da quello dello spettacolo e andò verso di loro.
«Finalmente ci incontriamo. Credo non ci sia bisogno di presentazioni» era alto e asciutto, il viso era reso più duro da una lieve barba rugginosa. Indossava un completo blu con camicia bianca, un bel tipo, se non fosse stato letale.
«L’irlandese» disse in un fil di voce Roby
«E immagino sappiate anche perché sono qui?» chiese l’uomo con una punta di malinconico. Non doveva essere un lavoro allegro in fondo il suo.
«Si. Ma speriamo di sbagliarci» rispose Roby per entrambi.
Ci siamo dunque, pensò Andrea. Ripensò al sogno premonitore. Ma non poteva essere, sentiva che non sarebbe morto. Aveva sempre immaginato che una persona quando muore, un istante prima, ha la certezza che è finita, ma nessuno avrebbe mai potuto confermarglielo, magari ora scopriva che un’istante prima si ha la certezza di non morire, come in questo momento ce l’aveva lui. L’ultima beffa della vita.
Fu Roby ad avere l’idea. La sua cultura cinematografica gli insegnava che ogni cattivo che si rispetti non vede l’ora di raccontare la sua visione della vita, ciò che lo ha spinto a fare ciò che fa, di come abbia accettato il suo ruolo perché in fondo è la vita stessa che gli lo ha assegnato. Insomma un killer prima di ucciderti non si sa perché, ma ha una gran voglia di raccontarsi.
«Perché lo stai facendo?» Gli chiese.
«Perché mi pagano»
Andrea che aveva intuito l’idea dell’amico continuò
«E ti sembra un motivo sufficiente?»
«In realtà si» rispose l’Irlandese senza averci dovuto pensare troppo.
«Non è vero. Stai agendo dentro una dinamica, te ne rendi conto?» Andrea ormai era lanciato, avrebbe dovuto fare psicologia altro che lettere. «È evidente che fare il killer è per te la risposta a qualcosa che appartiene al tuo sistema. Non credo che da piccolo tu sognassi di fare l’assassino. Il tuo è un irretimento, stai agendo per espiare una colpa non tua»
«Invece è mia» rispose l’irlandese con una nota di profondo dolore «è vero, non volevo diventare un assassino». Fece una pausa come se stesse mettendo a fuoco i ricordi e poi parlò come in una specie di trance.
«Ero un ragazzo prodigio sapete? Una promessa della musica. A dodici anni potevo suonare il Rach 3 mentre fischiettavo Guantanamera. Ero spesso in giro per concerti con la mia famiglia. Eravamo felici, poi accadde qualcosa» sembrava cercasse il coraggio per continuare «un’estate suonavo a Buenos Aires, i nostri genitori dovettero partire prima del mio ultimo concerto e mi lasciarono lì con mia sorella più piccola. Saremmo partiti una volta finito il concerto. Fu un grande successo, quasi dieci minuti di applausi, poi ci fu una festa in mio onore. Una ragazza bellissima e molto più grande di me mi baciò dietro una siepe. Tornai a casa e solo dopo essere atterrato mi accorsi di essermi dimenticato mia sorella a Buenos Aires, non ricordavo se all’aeroporto, al teatro o alla festa. Tornammo con i miei genitori a cercarla, ma ovviamente non c’era più. Con mio padre la cercammo in lungo e in largo o il contrario ora non ricordo, ma niente. Il senso di colpa era devastante per questo nessuno di noi lo voleva. Sorteggiammo e toccò a me. Da quel giorno smisi di suonare, rifiutai tutto ciò che potesse procurarmi gioia, non la meritavo e diventai uno spietato killer, ma anche uccidere cominciò a darmi gioia e allora capii che non si può fuggire dalla gioia, non ti molla la maledetta.»
«È terribile quello che ti è successo» commentò Roby non riuscendo a credere che aveva funzionato.
«Non è colpa tua, per questo non riesci a fuggire alla gioia, è la tua anima che prova a dirti che non meriti questo.» Gli spiegò Andrea ascoltandosi con piacere «eri solo un ragazzo con responsabilità troppo grosse per la sua età. Devi ripeterti non è colpa mia e salutare tua sorella»
«La vita è questione di fortuna» disse l’Irlandese con rammarico «e io non ne ho avuta a suo tempo» lì guardò felice di essersi confessato. «Sapete come si dice? La fortuna sorride a qualcuno e ride di qualcun altro. Oggi a voi è toccato essere qualcun altro e a me essere qualcuno» finì la frase e poi solennemente puntò.
Cazzo! Pensò Andrea, eppure ero andato alla grande!
L’irlandese stava per portare a termine la sua missione e mettere fine alla loro, qualunque fosse. La vita passò davanti ai loro occhi velocemente, videro uno dell’altro cose che non conoscevano. Scorreva e non c’era modo di mettere in pausa e riavvolgere, dovevano stare attenti se non volevano perdersi neppure un particolare.
Uno sparo e la pellicola si staccò e prese fuoco accartocciandosi.
L’irlandese cadde in avanti portando via con sé il suo sorriso malinconico. Dall’ombra, dietro di lui, uscì il pagliaccio che avevano trovato al loro ingresso. Aveva in mano una semiautomatica, lo sguardo era triste come da copione e mentre si avvicinava lo riconobbero dietro al pesante trucco. Era Emil
Luz Casal gridava nel finale la nostalgia per quell’anno perduto.
Si avvicinò all’uomo a terra e lo guardò
«Si è sempre il qualcun altro di qualcuno» sentenziò, poi rivolto ad Andrea «Si era dimenticato la sorella. Cazzo se era colpa sua!»
Roby corse verso TDK per cercare di aiutarlo, ma era troppo tardi. Esalò con l’ultimo respiro anche un nome.
«Temistocle?! Chi è Temistocle?» Chiese Andrea, che era seduto di dietro, mentre Emil faceva partire la macchina.
«Che ne so! Magari mi ha scambiato per qualcun altro» rispose Roby.
Presero la strada di casa lasciandosi alla spalle altre due vittime di quella triste storia.
Il sole stava tramontando dietro il tendone colorando la città di ombre. Si allontanarono senza rimorsi. Non sempre ci si può permettere di avere rimorsi. Ci sono momenti in cui la scelta migliore non è necessariamente quella che vorremmo fare.
«Ma che è sta cosa?» Chiese Roby
«Boh uno di quei programmi radio dove leggono i libri» rispose Emil spegnendo.

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