Socializzate

Dell’incontro con Igor e dell’amico romanziere

 

Capitolo 6

 

CAPITOLO 6

Il vicolo buio, fra le case alte, dava un senso di claustrofobia, sembrava un tunnel e la luce alla fine del tunnel era l’insegna blu elettrico dell’Imperativo Categorico. Non c’era una vera e propria fila davanti all’ingresso, c’erano piccoli gruppetti sparsi e sembrava che non avessero nessun urgenza di entrare. Mettersi in fila quando non c’è una fila, richiede un bel po’ di immaginazione, ma questa ad Andrea e Roby non mancava, quindi, si misero ad una distanza ipotetica di dieci persone dall’entrata. Era una questione di rispetto, non è che arrivi e passi avanti. L’unico inconveniente quando ci si mette in fila in una fila inesistente, è che risulta difficile capire quando avanza, ma fortunatamente a toglierli da quell’impasse giunse Arianna. Affiorò dall’antro dell’ingresso e si fermò, piccolina e sorridente sotto i due buttafuori, come sotto un portico. Era una delle assistenti di Manila, molto amica di Igor e forse in passato anche qualcosa di più. Non appena li vide corse loro incontro, gridando ad una frequenza così alta da far guaire tutti i cani del vicinato. Era una di quelle ragazze con il minimo alto che chiamano amore tutte le amiche e che quando ti vedono fanno così tante feste che hai paura si facciano la pipì addosso.
Dopo saluti e di nuovo grida neanche fossero risorti, li guidò dentro, facendogli superare i due buttafuori che bagnati dalla luce blu dell’insegna sembravano due minacciosi kree.
L’Imperativo Categorico era una vecchia chiesa sconsacrata, un bancone percorreva quasi tutta la navata di sinistra, nella navata centrale alcuni tavolini sparsi e un spazio centrale per ballare che si allungava fino all’abside, dove era stato ricavato un piccolo palco per i concerti e dove nelle serate Eticaetilica c’era la postazione del dj e, nella navata di destra invece, c’erano una serie di salottini la cui riservatezza era garantita da pesanti tende color blu scuro.
Mentre si muovevano, Roby spiegò ad Arianna, sforzandosi di farsi sentire sopra la musica, che cercavano Igor, lei lo afferrò per una mano e se lo trascinò via, come sapesse dove trovarlo. Andrea aveva sempre sospettato che Ari avesse un debole per il collega ma si teneva a debita distanza in quanto sposato. Rimasto solo prese ad aggirarsi alla ricerca di neanche lui sapeva cosa. E fu, neanche lui sapeva cosa, a trovarlo.
«Non ci credo!» esclamò la voce alle sua spalle. Si voltò e si trovò davanti Valdichiaramarco, un amico dei tempi dell’università, erano circa dieci anni che non si vedevano.
«Sei, per l’esattezza» specificò Valdichiara «quando volevo diventare uno scrittore» disse sorridendo.
«Beh ci sei riuscito» gli rispose Andrea abbracciandolo.
Si allontanarono dal centro della sala per poter parlare senza dover leggere il labiale.
Si erano persi di vista poco dopo l’uscita del suo primo romanzo, “Coriandoli in soggiorno”, che passato più o meno inosservato era diventato anche l’ultimo. Dopo la classica depressione post fallimento per un po’ aveva fatto il personal trainer in una palestra e poi la svolta; con lo pseudonimo di Irene Vargas aveva pubblicato il romanzo “No vabbeh” sugli amori, i sogni e le delusioni di una adolescente e dei suoi compagni di liceo. Record di vendite e immediata ristampa. L’anno dopo con “So’ dello scorpione con me hai chiuso” aveva superato il successo del primo e ora era in uscita il suo terzo romanzo “Non credo proprio“ e, già si parlava di un serie tratta dai sui libri.
«C’è riuscita la Vargas» c’era una nota d’amarezza che svanì subito.
«Vabbeh che cambia? Io ad esempio li ho letti perché li hai scritti tu non la Vargas»
«Non ti chiedo che ne pensi per non costringerti a mentire » scherzò l’amico.
«No perché? Non sono male, cioè fanno il loro, poi c’hai inserito pure qualche chicca no? Tipo i due bidelli in “So’ dello scorpione”, sono ispirati a Vladimiro e Estragone ve’?»
«Chi?»
«I bidelli»
Valdichiara ci pensò un attimo.
«Ah! Si i bidelli… perché no?»
In quel momento qualcosa alle spalle di Andrea richiamò l’attenzione dello scrittore.
«Non ci credo! C’è pure il sardo! » scavalcò il suo interlocutore andando verso Roby che quando lo vide si illuminò.
«Il Valdi! »
Si abbracciarono.
«Oh tutti e due nello stesso momento, rischio uno shock anafilattico!» commentò lo scrittore guardandoli entrambi.
«Si perché tu invece? Hai pure cambiato nome per non farti trovare! » fece notare Roby mentre accettava il mojito che il Valdi gli offriva, poi rivolto a Andrea.
«Niente di Igor non c’è traccia»
«Igor Igor?» chiese Valdichiara intromettendosi.
Nessuno chiamava mai Igor per nome e cognome.
«Sì lui, non sai da quanto lo cerchiamo? Neanche fosse Jessica Hyde» rispose Andrea affranto.
«Stava qui un attimo fa con la tipa della…come si chiama? Verba Volant? La rossa bona»
«Manila?» Roby gli si avvicinò quasi non volesse perdersi la risposta.
«Se è bona, è lei!» in quel momento il suo cellulare squillò, lo scrittore verificò se fosse il caso o meno di rispondere, era il caso. Si congedò scusandosi e lasciandoli soli, persi in un mare di teste.
«Sai che ti dico? Smettiamo di cercarlo, sarà lui a trovare noi» propose Andrea ormai rassegnato.
«Come il peyote?» ironizzò Roby. Andrea ricominciava con questa filosofia da Oltre il giardino, energie cosmiche, segni sparsi ovunque e, capovolgimento del senso comune, dove ciò che è negativo può essere anche positivo.
«Ci sarà un motivo se li hanno chiamati in modo differente?» aveva una volta obiettato Roberto.
«Io non dico che sono uguali, io dico semplicemente che un evento di per sé non ha segno, sei tu a darglielo e puoi decidere come darglielo, perché ogni evento è realmente giudicabile solo a distanza di tempo, nell’accadere non c’è giudizio ma pregiudizio» aveva risposto Andrea con quel tono da ultimo samurai.
«Quindi aspettiamo qui il peyote o ce ne andiamo al bar e ci prendiamo qualcosa?» chiese Roby avviandosi verso il bancone e, fu in quel momento, che andò a sbattere contro Igor che lo abbracciò
«I picciemme a Eticaetilica! Che sorpresa!»
Andrea guardò Roby, il cui viso spuntava da dietro le spalle del loro amico, e allargò le braccia come a dire, cosa ci posso fare se ho sempre ragione? «In realtà noi ci veniamo spesso» rispose poi.
«Sì? Non vi ho mai incontrato» Igor non si preoccupò di nascondere il suo scetticismo.
«Vero, effettivamente neanche noi te» rispose prontamente Roby deciso a giocare in attacco.
«E alla fine ci siamo incontrati no? Perché non ci beviamo qualcosa? Io sono già al quarto Negroni, ma come si dice non c’è quattro senza cinque. Lo so che non si dice, ma andrebbe detto!» rise divertito Igor muovendosi verso il bar.
«No non scherziamo. Il quinto tocca noi. Tu e Roby andate nel salottino» intimò deciso Andrea.
«Quale salottino?» avere un privè riservato all’Imperativo non era cosa facile.
«Già quale salottino» ripetè Roby con un filo di voce.
«Noi qui abbiamo sempre un salottino» tagliò corto Andrea e poi rivolto a Roby «accompagnalo nel nostro salottino che io vi porto da bere. Per te Ro’ un mojito?»
Un ombra di panico attraversò veloce il viso di Roberto «nel nostro salottino?»
«E certo che prendiamo quello di un altro?» Andrea rise complice verso Igor.
«E no certo che prendiamo quello dell’altro» ripetè Roby accompagnando a questo un silenzioso anatema che sperava l’amico leggesse nel suo sguardo. Igor lo seguì verso la navata con i privè.
E ora quale scelgo? Si chiese Roby mentre si avvicinavano, doveva decidere in fretta per non destare sospetti. C’erano sei privè uno di fianco all’altro. Usa la forza Roby One, usa la forza gli ripetè la voce di Corrado Gaipa che quindi poteva essere il vecchio Ben Kenobi come Salvo Randone in “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” ma era sicuramente il primo. Uno dei salottini aveva le tendine un po’ aperte, questo gli permise di sbirciare senza dare nell’occhio. Vuoto! Entrò deciso seguito dal piccoletto, richiuse le tende e si accomodarono.
Quando Andrea li raggiunse Roby e Igor erano seduti uno a fianco dell’altro su uno dei divani e stavano guardando entrambi nel cellulare di quest’ultimo delle foto, posò i tre bicchieri sul tavolino, posizionato centralmente rispetto alle poltroncine e andò a sedersi anche lui.
Ci fu un momento di silenzio. I due picciemme stavano cercando un modo per cominciare il loro interrogatorio. Poliziotto buono poliziotto cattivo era escluso, il fatto che nessuno dei due fosse un poliziotto poteva comprometterne l’efficacia. Fu lo stesso Igor a trarli d’impaccio.
«Insomma si può sapere cosa succede, ho saputo che state andando cercandomi per le sette chiese?» forse era solo suggestione, ma sembrava un tantino minaccioso.
«Ma niente, era un po’ che non ci vedevamo, ma addirittura per le sette chiese mi sembra un po’ eccessivo» rispose Andrea «era così, giusto per sapere come procedeva. La campagna come sta andando?»
Igor fissò prima uno poi l’altro, quindi prese il suo Negroni e cominciò a succhiare dalla cannuccia facendo una pausa ad effetto.
«Ieri è successa una cosa curiosa» disse poi non distogliendo lo sguardo dalla superficie di quel liquido scarlatto «qualcuno si è intrufolato nei server della Verba volant. Uno bravo, non c’è che dire, quasi quanto te sardo» l’affondo era partito.
«Quindi un mostro» osservò Roby schivando il colpo.
«E hanno preso niente?» intervenne Andrea.
«Niente. Niente di importante almeno. Magari chiunque sia stato pensa lo sia, ma non è niente di cui preoccuparsi»
Il silenzio cadde fra loro con un rumore fragoroso.
I due picciemme evitarono di guardarsi, ognuno cercando di capire se quella di Igor era una richiesta di aiuto molto celata, o una richiesta di farsi i cazzi propri, molto meno celata.
«Dovremmo fare una serata cinema da me una di queste sere» disse poi a bruciapelo il loro amico cambiando discorso e tono.
«Assolutamente. A che film pensavi? » chiese Andrea assecondandolo per cercare di capire in che direzione si stavano muovendo. Igor non rispose subito, girò un po’ la cannuccia nel bicchiere ormai vuoto «boh, voi che dite?»
«Ho scaricato “V per vendetta” in mkv » rispose prontamente Roby.
Il tempo si fermò, difficile dire per quanto dal momento che era fermo. Uno dei buttafuori affacciandosi dalla tenda lo riavviò. Igor vedendo il tipo impallidì come se temesse fosse lì per lui.
«‘Sera» disse questi con tono per niente cordiale.
Andrea schizzò in piedi, lo raggiunse e lo portò fuori dal privè. Non era tanto grosso, ma sufficientemente cattivo.
«So quello che sta pensando» sorrise poggiandogli amichevolmente la mano sul braccio, l’uomo guardò quella confidenza come del tutto inopportuna, Andrea ritirò prontamente la mano prima che venisse resa inutilizzabile per i mesi successivi «ma non è come pensa!»
L’uomo non rispose e Andrea interpretò quello come un incentivo a continuare un’improbabile difesa, prese tempo mentre pensava. Idea! Attingere dal proprio bagaglio cinematografico.
«Questa è una situazione molto particolare che richiede tutta la sua sensibilità. Lì dentro c’è il marinaio Hornsby, Hornsby è stato prescelto per una missione pericolosa e ci sono scarse possibilità che ritorni vivo. Volevamo regalargli una serata tra amici prima che partisse» fece una pausa lasciando al buttafuori il tempo di comprendere la delicatezza della situazione «sapevo che avrebbe capito» disse con un sorriso complice.
«No non ho capito e non me ne frega niente. Quindi o ve ne andate subito con le vostre gambe o Orbi la missione rischiosa la comincia stasera» nel pronunciare queste parole risolute, l’uomo era venuto meno ad ogni regola di prossemica nelle conversazioni cortesi, poggiando il suo naso contro quello di Andrea.
«Rinaldo tranquillo sta con me» s’intromise una voce spezzando quella pericolosa tensione.
Andrea riconobbe subito Poly e avvertì un senso di sollievo. Si girò e se lo trovò davanti.
Poly era un loro amico fotografo. Ex corpi speciali, ex Legione Straniera, ex Mossad, ex Navy Seal, ex Eagle Force, ex pilota di caccia imperiali nonché ex aequo come miglior foto di food dell’anno al Photo Food International.
Poly e il bestione si scambiarono un saluto marziale e molto maschio e solo allora Andrea si rese conto che erano compagni d’armi, entrambi avevano sul braccio il tatuaggio con il motto degli Eagle Force: quo piglius ivi lascium te.
I due reparti speciali parlarono per un po’ di un tale Zapper detto scintilla poi il buttafuori si allontanò.
«Cazzo Poly non sai come sono felice di vederti» sospirò Andrea abbracciandolo.
«Lo credo, rischiavi qualche mese di fisioterapia» l’ex navy ricambiò l’abbraccio
Roby uscì dal privé quasi investendoli.
«Oh anche Nietzche» notò Poly e fece per abbracciarlo.
«Vai vai vai» soffiò Roby fra i denti allontanandosi dal privé.
«Che c’è?» provò a fermarlo Andrea
«Ho addormentato Igor, vai vai vai» gli altri due lo seguirono.
Uscirono e cercarono un posto dove sparire.
«Venite con me» disse Poly e li portò al suo Humvee parcheggiato poco lontano.
Salirono e chiusero il portellone.
«Che significa ho addormentato Igor?» chiese Andrea che si era sistemato dietro.
«Ci aveva scoperti. Il tipo che è entrato lo ha terrorizzato, a quel punto ha cambiato atteggiamento. Ha cominciato a dirmi che lui si fida di noi, ma che si aspetta da noi lealtà, poi mi ha chiesto se conoscevo il sistema di protezione Barricade e se sarei stato in grado di aggirarlo. Io ho negato, ma ha preso il cellulare e ha detto che non dovevo convincere solo lui, mi sono fatto prendere dal panico e gli ho applicato la manovra di Schibling»
«La che?» chiese Andrea guardando verso Poly per vedere se lui aveva capito.
«Manovra di Schibling, se piazzi un dito nell’orecchio di un uomo e contemporaneamente eserciti una pressione con l’indice dell’altra mano sotto lo scroto gli inibisci il retrotalamo e lui perde i sensi.» spiegò Roby.
«Sotto dove? Cioè gli hai messo il dito…» Andrea era incredulo chiese quindi a Poly, sapendolo esperto nei corpo a corpo «Ma che manovra è? Tu la conosci? Cioè lo sapevi che in questo modo puoi far svenire qualcuno?»
«Che lo fai svenire no, ma è probabile che lo fai incazzare» osservò l’ex Eagle Force
«Ma che ti viene in mente?» Andrea era visibilmente agitato, «Ci hai pensato che gli ultimi ad essere stati visti con lui siamo stati noi? E tu che fai? Ti metti a fare il vulcaniano. Ci manca solo che ci dia la caccia la polizia» aveva alzato sempre più il tono di voce e la frequenza.
«Ma quale polizia! » lo bloccò Roby «niente, va subito in escandescenza e schecca! Quando si sveglierà non si ricorderà di niente, tra l’altro era al quinto Negroni, quindi lui per primo penserà di essersi addormentato» aggiunse per tranquillizzarlo.
«Ragazzi ma si può sapere che sta succedendo? Perché Igor dovrebbe avervi scoperto, che avete fatto?» Poly li guardò un po’ confuso.
«Roby ha craccato i server della verba volant»
«Ah grazie!» esclamò Roby per sottolineare la delazione.
«No che c’entra. Lo ha fatto lui, ma eravamo insieme» spiegò Andrea e raccontarono a Poly gli ultimi avvenimenti, le loro ipotesi e il raid alla factory.
«Beh mi sembra una cosa grossa» osservò questi alla fine. «Però non ho capito a voi che ve ne frega?»
«Se c’è un’ingiustizia in città a qualcuno tocca rimettere le cose a posto non credi? E questa volta è toccato a noi» rispose Andrea con il tono con cui in un western avrebbe detto “c’è un nuovo sceriffo in città”.
«Bel discorso, mi sa di cazzata ma bel discorso » osservò Poly, poi, come colto da un’illuminazione «Ro’ una curiosità, ma tra le cose distrutte c’è anche il mio settantatrecento stabilizzato che vi avevo prestato un po’ di tempo fa, ve’?»
Roberto si portò le mani alla testa realizzando «Cazzo si Po’! Mi dispiace! Te lo riprendiamo»
«Niente! È tutto ok. A volte un uomo ha bisogno di una spinta per entrare in campo, beh ora io ho la mia. Hanno distrutto il mio obbiettivo diventando quindi il mio nuovo obbiettivo» pronunciò la frase come una sentenza «per qualsiasi cosa sono della squadra» concluse poi.
Il nuovo acquisto riempì i picciemme di gioia e li tranquillizzò. Lo salutarono dandosi appuntamento al giorno dopo, quindi tornarono alla factory.
I risultati dell’incursione erano ancora evidenti, ma ora lo studio somigliava meno al risultato di un’esplosione.
«Ci hai fatto caso che prima mentre Igor ci diceva che andava tutto bene muoveva le spalle?» chiese Roby mentre sistemava gli stativi nel loro posto.
«No, quindi?» Andrea stava spazzando da terra gli ultimi rimasugli di anni di investimenti.
«Indica che non si crede a quello che si sta dicendo» spiegò Roby accatastando i polistiroli tutti da una parte.
«E tu che ne sai?» Andrea mise le mani sulla punta del bastone della scopa e ci poggiò sopra il mento.
«Lie to me! Quando te ne sei andato e mi ha fatto il discorso sulla lealtà, si è toccato con il labbro il tacco della scarpa destra»
«E quindi?»
«Indica un dubbio sulla scelta che si è fatta, se è giusto come si sta agendo o se forse non sarebbe stato il caso di agire nell’altro modo»
«Quale altro modo?»
«Non lo so, il gesto non lo dice» dovette ammettere Roby.
«Sai che indica questo gesto?» Chiese Andrea indicando con entrambe le mani a taglio la sua zona pelvica, ma un rumore nello slargo antistante l’ingresso impedì all’amico di rispondere. Qualcuno camminava piano sul brecciolino.
Guardarono nelle telecamere di sicurezza, ma c’era solo il piazzale vuoto e questo lo rendeva inspiegabilmente più spaventoso.
Roby si avviò verso l’ingresso
«Dove vai?»
«Esco a vedere»
«Così? E se c’è qualcuno? Che fai gli sputi?» Si diresse alla parete di fronte dove era poggiata la flycam, una canna di metallo con in cima una barra orizzontale e la prese.
«La flycam? Devi fare un macchina a mano?» Roby andò verso di lui, lo superò ed entrò nel magazzino «se dobbiamo armarci, armiamoci» uscì con in mano una katana.
«E allora aspetta» anche Andrea entrò nel magazzino e ne uscì impugnando due Húdié shuãng dao che lui per comodità chiamava spade corte.
Uscirono sullo spiazzo, schiena contro schiena. La luce della luna raffreddava quella dei due lampioni appesi fuori il portone. Intorno a loro solo ombre. Roby teneva la katana dritta davanti a sé e un po’ inclinata in avanti, procedeva con le gambe larghe come fossero tenute separate da un’asta legata da caviglia a caviglia. Andrea teneva i due pugnali alti sopra le spalle, in controluce potevano sembrare Goemon e Elektra…in realtà no, neanche in controluce.
Raggiunsero il centro dello spiazzo, sempre spalla contro spalla e cominciarono a girare come un carillon.
Da una siepe uscì un uomo con un passamontagna, non aveva l’eleganza del guerriero, ma aveva un fucile a pompa che lo rendeva altrettanto minaccioso. Intimò loro di gettare le armi, cosa che fecero subito, in onore all’antico adagio che recita: quando un uomo con la spada incontra un uomo con il fucile a pompa, l’uomo con la spada si fa accondiscendente.
Presi da quella minaccia ignorarono quella che giungeva alle loro spalle. Prima una puntura come d’insetto poi intorno a loro tutto si fece tremolante, le ombre si allargarono e il nero li inghiottì.

Share:
TwitterFacebookLinkedInPinterestGoogle+

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Privacy Policy