Socializzate

Della scoperta che fanno al Lumiere e di come suonano a quattro mani

 

CAPITOLO 2

 

La sera si stava avvicinando e le ombre, risalendo morbide, rivestivano tutto.
«E noi cosa possiamo farci?» Chiese Andrea con lo sguardo perso fuori dall’enorme finestra che affacciava sulla sala riunioni.
«Parli di questa cosa delle ombre?» Roby gli si fermò accanto.
«Macché parlo di questa cosa di Donado. Ora che l’abbiamo scoperta andiamo alla polizia?» Si voltò verso l’amico e poi si allontanò dalla finestra come se quello spazio non fosse abbastanza largo per entrambi. Raggiunse il tavolo della sala riunioni, un lungo piano in noce che divideva, lungo il suo asse maggiore, l’ellisse formata dalle sedie sparse intorno.
«E per dirgli cosa?» Chiese Roby restando dov’era per evitare che quella chiacchierata si trasformasse in un inseguimento «che in base ad un film della Columbia del’63, abbiamo motivo di credere che qualcuno abbia sostituito il candidato sindaco Javier Donado con un sosia o un clone o quello che è?»
Andrea fissò il vuoto.
«C’è qualcosa che non mi torna!» alzò lo sguardo verso Roby nella convinzione che questi avesse già capito, ma era lì che pendeva dalle sue labbra per un chiarimento.
«Non credo sia un film della Columbia, e non sono neanche convinto che sia del ’63» affermò con tono deciso e grave, mentre si sedeva ad una delle sedie.
Roby andò verso di lui per poi superarlo e raggiungere il mobile bar che stava oltre il tavolo.
«Che è del ’63 lo so per certo io» si versò da bere. « “Il sipario strappato“ è del ’66 e sono quasi sicuro che sia stato girato tre anni dopo».
Andrea preferì non sottolineare la fragilità di quella tesi, c’erano cose più importanti a cui pensare e la sala riunioni era il luogo adatto per farlo. L’avevano fatta posizionare lì non a caso, in base a particolari studi quello era risultato uno dei luoghi geodetici del globo.
«Ci deve essere una spiegazione» continuò Roby andando a sedersi di fronte all’amico. «Forse dovremmo lasciar stare, come ce ne siamo accorti noi vuoi che non se ne sia accorto qualcun altro? E se nessuno ha detto niente è perché non è poi così strano no?»
Andrea si alzò e tirò fuori il cellulare «Scusa seguiamo la linea retta fra due punti. Chiamo Igor e glielo chiedo, chi meglio di lui può saperlo» si allontanò dalla sala riunioni. Era sì, era uno dei punti geodetici del globo, ma come ricezione era uno dei più sfigati.
Roby restò solo con il suo bicchiere. Guardò il liquido ambrato ondeggiare e infrangersi contro i cubetti di ghiaccio. Mandò giù un sorso, ne aveva bisogno. Era un tè freddo molto pregiato che facevano venire apposta dalle isole Eolie.
«Niente» comunicò Andrea tornando al tavolo e facendo sparire il cellulare nella sua tasca. Vide il bicchiere di Roby e si lasciò influenzare. Raggiunse il mobile bar e si versò un goccio di tè.
Avrebbe voluto che Igor confermasse che si trattava di un equivoco, il suo Sole in Cancro voleva lasciar perdere e tornare al suo lavoro, alle serie televisive sdraiato sul divano, ma il suo Marte in seconda casa, non voleva indietreggiare, voleva andare avanti, passare in prima.
Erano ormai un po’ di anni che si era avvicinato a pratiche spirituali di vario tipo che aiutavano a guardare la vita in modo differente, non preconcetto. Aveva seguito per mesi “Guarire con i sassi“ una disciplina che partiva dall’assunto che se le pietre possono ferire, possono anche guarire grazie al loro potere taumaturgico. A contatto con il nostro corpo irradiano un’energia benefica. Per questo, sostenevano, è proprio quando pensi di non farcela, di non avere via d’uscita che basta una pietra al collo! Anche se detta così non suonava un granché!
Poi era passato ai seminari di “Pensiero magico“ di Alex Riordan. Riordan aiutava a superare i nostri blocchi, a sciogliere quei nodi che da sempre ci affliggono: l’amore, l’autostima, il denaro. Lo stesso Riordan da quando aveva cominciato a girare con questi seminari non aveva più avuto problemi con il denaro.
Ed era grazie a queste pratiche e ai loro insegnamenti che Andrea aveva imparato che ciò che ci fa paura è la paura stessa, ma la paura è normale. Non dobbiamo aver paura della paura, perché la paura altro non è che il timore per qualcosa che ci spaventa. Quindi decise che lui non avrebbe avuto paura di aver paura e che avrebbe agito.
«Non dobbiamo lasciarci immobilizzare dalla paura» profferì con l’enfasi di un discorso motivazionale.
«E da cosa?»
«Come?» chiese spiazzato Andrea
«Hai detto che non dobbiamo lasciarci immobilizzare dalla paura, e da cosa?»
«Intendo non dobbiamo lasciarci immobilizzare e basta » rispose piccato si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro lungo l’asse del tavolo, Roby lo seguiva con lo sguardo come si seguirebbe una pallina ad un torneo di tennis.
Si fermò e si girò verso l’amico.
«Abbiamo bisogno di un piano».
Il piano era in un angolo del Lumière, un locale arredato come un vecchio caffè viennese di inizio Novecento: lampade a bolla su supporti dorati, divanetti in pelle, qualche tavolo sparso. Roby era seduto e giocava con le note della tastiera alla ricerca di un motivo. Perché venire fino al Lumiere? Non c’era ragione.
Il Lumière era un locale molto noto nella capitale, frequentato da attori o aspiranti tali, da registi o aspiranti tali, da critici o aspiranti tali o da semplici aspiranti tali. I due picciemme non ci venivano spesso anche se conoscevano un po’ tutti. Era come una grande famiglia. Gli anni dell’università e del teatro erano ciò che li legava a quei luoghi e a quelle persone, anni fatti di scenografie rimediate, piccoli teatri, prove fino a sera tardi e subito dopo cene infinite, improvvisazioni, aspirazioni, promiscuità e tanta merda.
Andrea si andò a sedere vicino a Roby
«Lo so hai ragione, però ero sicuro di trovarlo qui.» spiegò all’amico giustificandosi.
«Non ho detto niente!» rispose questi senza alcun tono
«Non è vero, lo vedo che stai cercando un motivo» gli disse Andrea indicando le mani che si muovevano sui tasti del piano. Gli si affiancò e cominciò a giocherellare anche lui e senza rendersene conto iniziarono ad eseguire a quattro mani Suicide in painless nella versione di Bill Evans. Un tipo seduto lì vicino cominciò ad accompagnarli con la sua batteria, la portava sempre con sé. «Mi dà la carica» diceva. Dall’ombra della parete di fondo, affiorò un uomo di una certa età. Indossava un gessato grigio con gilet che dava risalto alla sua pelle scura. Portò la tromba alla bocca e s’inserì nell’esecuzione aggiungendo colore e malinconia.
Dopo un breve applauso sparso fra qualche tavolo, i due si alzarono ringraziando con un veloce inchino e andarono verso uno dei tavolini liberi vicino al bancone. Ordinarono due Mojito. Di Igor ancora nessuna traccia.
«Cosa hai intenzione di chiedergli se dovessi vederlo?» chiese Roby mentre pescava delle patatine da un cestino.
«Se nella carbonara ci va il guanciale! Secondo te?» rispose Andrea pescando anche lui
«Mo’ che hai fatto la battuta che vuoi chiedergli? Sentiamo. Se qualcuno ha sostituito Donado? E perché? Perché in un video firma con la sinistra e in uno con la destra? È ambidestro e quindi? »
Andrea lo guardò come se per un attimo non lo riconoscesse «Ah vabbeh! Ma allora andiamocene. Mo’ va a finire che il paranoico sono io. Alla factory non mi sembrava avessi le idee così chiare» si riempì la bocca di patatine esprimendo disappunto.
«No aspetta, non dico che sei paranoico, si anche io era agitato, ma forse stiamo esagerando. Forse ha ragione Occam, a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire.»
«Quali sarebbero i fattori?» chiese Andrea arraffando le patatine questa volta esprimendo sarcasmo.
«Voglio solo dire che magari la spiegazione più semplice è anche quella giusta»
Questa volta Andrea portò le patatine alla bocca con una calma riflessiva mentre Roby le prese con risolutezza.
Restarono in silenzio, ognuno afferrando le patatine con una diversa intenzione.
La pacatezza di Roby aveva attenuato il fervore di Andrea, ma di contro il fervore di Andrea aveva riacceso in Roby quella fiammella investigativa che lo aveva portato a scoprire per primo l’anomalia.
Una ragazza poggiò i due mojito sul tavolo e subito dopo un’ombra si avvicinò.
«I due picciemme al Lumière!» Si voltarono e di fronte a loro c’era F, una vecchia conoscenza dei tempi dell’università.
F era un regista teatrale. Dopo l’università aveva avuto una carriera altalenante. Il suo primo lavoro “Il pediatra basso“ messo in scena in un piccolo teatro molto off Broadway, dalle parti di San Giovanni, trovò una buona accoglienza. Più di un critico parlando di quell’esordio usò il termine “caruccio“. Era una coraggiosa parabola sulla scelta e su come ciò che scegliamo escluda tutto ciò che non scegliamo. Negli anni successivi F si dedicò al puro studio e alla sperimentazione, entrò in contatto con diverse realtà del teatro di ricerca, non ultimo il Living Theatre del dopo Julian Beck, ebbe modo di incontrare Judith Malina e per un po’ lavorò con lei. Fu in seguito a quell’esperienza e sotto la sua influenza che portò in scena un’opera a dir poco ambiziosa, che fondeva con coraggio e spregiudicatezza la tragedia classica e la disco music, “Il Prometeo scatenato“. Il paragone però con i lavori della coppia Beck-Malina non reggeva e infatti non lo fece nessuno.
Non si lasciò scoraggiare dall’indifferenza della critica e continuò il suo percorso virando un tantino verso il commerciale. Grazie a sovvenzioni della regione e alla sua compagna, figlia di un imprenditore molto ricco, si ritagliò una sua fetta di mercato.
F e i picciemme si conoscevano da anni per quanto non potevano dirsi amici, ma lui si accomodò senza aspettare alcun invito mettendo fine alle loro riflessioni.
«Maestro» scherzò Andrea alzandosi e costringendolo a fare altrettanto. Si scambiarono baci e abbracci come ormai si usava fare anche al di fuori delle associazioni di stampo mafioso. E poi tornarono a sedersi.
«Non è facile vedervi da queste parti ora che siete entrati nel giro grosso» scherzò.
«Ma quale giro grosso. Prendi qualcosa?» fu Andrea a parlare, toccava a lui l’intrattenimento questa volta.
«No devo aver abbandonato un bicchiere di vino da qualche parte» si guardò intorno come se lo stesse cercando «e quindi? Lavorate con Diabolik e Eva Kant? » il riferimento a Manila e Rocco non era immediato, ma con un piccolo sforzo, comprensibile.
«Si, ma tu che ne sai?» chiese Roby dalle retrovie.
«Igor. Me lo ha detto lui che state lavorando insieme per la campagna di un politico, non mi chiedete chi, che io per i nomi dei politici…»
«Javier Donado. Si tra l’altro lo stavamo cercando, non è che l’hai visto?» chiese Andrea fissando F da sopra il bicchiere, mentre con la cannuccia si riempiva la bocca di rum, menta e zucchero di canna.
«Igor qui al Lumiere è un po’ che non si fa vedere, però l’ho incrociato l’altra sera al Nautilus. Stava completamente fuori»
«In che senso? » chiese Andrea intuendo che F avrebbe potuto dare un senso alla serata.
«Ma non lo so, faceva discorsi strani, ha cominciato a filosofeggiare, Parlava di bene e male di morale soggettiva e morale oggettiva di etica e estetica e del fatto che non è un caso che facciano rima. Ve la posso dire tutta? C’era qualcosa che lo angustiava.»
Andrea rimase colpito da quelle parole, Roby dal termine angustiava.
«tra l’altro nessuno lo può capire quanto me, questo è un periodaccio, sto per uscire con un nuovo spettacolo. Ah dovete assolutamente venire! Questa è roba figa, c’è anche un po’ di filosofia…
«Ma può essere che avesse paura?» chiese  Andrea, cercando di ricondurre la conversazioni su argomenti più interessanti.
«Chi? » chiese F che avrebbe invece voluto continuare a parlare del suo spettacolo.
«Come chi? Igor »
«Oddio paura. Non credo, ma paura di che? »
«No.Intendeva paura per la campagna » s’intromise Roby recuperando l’uscita un po’ troppo diretta del socio «con queste cose basta un piccolo errore e ti ritrovi a gambe all’aria».
«Non lo dite a me1 Anche la regia di uno spettacolo come il mio è un meccanismo ad orologeria, tutto deve filare perfettamente…ma dovete venire, sul serio. Vi piacerà, si tratta di un lavoro un po’ particolare, è un musical, già il titolo è uno spettacolo “Immanuel Kant Iglesias“» scoprì con un gesto delle mani un immaginaria insegna sospesa in alto nel vuoto «Ho già scritto il brano di apertura Razon pura, razon perdita. Praticamente la scena si apre a Konisgberg…
Roby si alzò dal tavolo come se improvvisamente la sedia scottasse.
«Oh André ma noi dobbiamo andare» l’amico lo guardò senza capire «per quella… ma non ti va? No se non ti va non ci andiamo, è che pensavo… cioè io per me ci andrei comunque, però mi mi rendo conto che…»
«Non…» Andrea cercava di dare un senso al discorso dell’amico.
«Dai ti ricordi il beccaccino» Roby fece tutto un movimento con gli occhi che sembrava dovesse svelare il sotto testo di quanto aveva appena detto .
«Il beccaccino? Ah si! Trofimov! No hai ragione bisogna che andiamo, non è che possiamo sempre…no ci facciamo una figuraccia. Si andiamo» si girò verso F «scusa, veramente, ma dobbiamo scappare, me ne ero proprio dimenticato… però ci sentiamo, tu hai sempre lo stesso numero vero? Ottimo! Prima o poi me lo devi dare ciao caro ciao» si allontanarono come se dovessero sfuggire a qualcosa.
Una volta fuori si fermarono sotto la macchia di luce dell’insegna del Lumiere.
«Ma perché hai tirato fuori il beccacino? Potevamo continuare a fargli qualche domanda» chiese Andrea
«Ma dai, cosa volevi che ti dicesse e poi non vedeva l’ora di raccontarci il suo spettacolo e a me non è che…» sorrise Roby.
«Igor vuole parlare, i sensi di colpa lo stanno divorando, dobbiamo solo trovarlo» Andrea era euforico, F sembrava aver confermato che non erano dei paranoici.
«Si ma non stasera, io ti ricordo che ho sempre una famiglia che ormai mi avrà dato per disperso»
«No certo non stasera. Andiamocene a dormire »
Uscirono dalla chiazza di luce dell’insegna. Due ombre che si allontanavano affiancate.
«Pensi anche tu quello che penso io?» Andrea non riusciva a contenere l’entusiasmo.
«Non lo so, se pensavi che io stavo pensando la stessa cosa che pensavi tu, allora no.»
«No, pensavo a questa storia. Puzza di bruciato!» concluse Andrea ignorando la battuta.
«Eccome e oltre al fumo c’è l’arrosto»
«E bello succoso direi»
«Un arrosto che scotta»
«La piantiamo qua?» tagliò corto Andrea
«Si dai»
Si allontanarono dal Lumière come Rick e il capitano Renault alla fine di Casablanca.

 


 

 

La scena si apre a Konisgberg, Immanuel fa il precettore presso varie famiglie e in una di queste, i Fredirke, incontra la giovane Carmen, una fanciulla gitana a servizio presso di loro.
I due si innamorano, Immanuel è pazzo di lei e dopo una notte di passione scrive
“L’unico argomento possibile per una dimostrazione dell’esistenza di Dio“.
La loro relazione è però ostacolata dal dottor Fredirke, che trova sconveniente che una sua domestica intrattenga relazioni con un tipo che solleva continuamente questioni di etica. Impone così a Carmen di non vederlo più, ma l’amore è più forte di qualsiasi divieto.
I due progettano di uccidere il dottore. Immanuel la rassicura confidandole che è sicuro che il loro atto sarà giudicato secondo un principio morale non soggettivo, ma secondo un imperativo che non sa ancora come chiamare ma che non deve avere paura gli verrà in mente.
Dopo aver commesso il misfatto i due fuggono in Andalusia, paese natale della fanciulla. Li entrano a  far parte di una compagnia itinerante e Immanuel cambia il suo nome in Iglesias, per sfuggire alla polizia prussiana.
Sono giorni felici quelli, lei gli insegna il flamenco, e lo convince ad esibirsi in coppia indossando gli abiti tradizionali. Immanuel ha comunque un’educazione nordica e questa cosa un po’ lo indispettisce, al punto che spesso va fuori tempo. Questo è motivo di continue liti. In realtà al filosofo manca la sua città. In quel periodo scrive la canzone “Mi olvidado Konisgberg” e il saggio “Fondazione della metafisica dei costumi”, Carmen lo legge e pur non comprendendo fino in fondo il contenuto, è convinta che sia una critica ai loro numeri di flamenco e agli abiti che gli fa indossare: quelle stupide camice con i volant, come le aveva una volta definite lui in un momento di rabbia. Ormai è chiaro ad entrambi che l’idillio si è rotto e Immanuel decide di tornare a Konisgberg, dove scopre che in realtà il dottor Fredirke non è morto, Carmen si era confusa e invece dell’arsenico gli aveva dato un infuso naturale che la signora Fredirke usava per combattere le vene varicose. I due s’incontrano ad una prima all’Opera, Immanuel contiene il suo stupore e si complimenta con il dottore per il perfetto sistema vascolare di cui fa sfoggio.

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