Socializzate

Dei quattro in azione e di un buon piano

 

 

CAPITOLO 16

La luna riflessa nell’acqua scura sembrava ancora più luminosa. Una scarpa le galleggiava accanto e ogni tanto spinta dalla corrente la calciava mandandola in frantumi, frammenti che si allungavano e contraevano per poi tornare a ricomporla.
«Joyce in posizione, bersaglio acquisito» gracchiò Poly negli auricolari.
Era stata un’idea di Andrea quella di usare come nome in codice quello di scrittori famosi.
Era cosi entusiasta quando l’aveva proposta che nessuno se l’era sentita di negargliela.
«Proust sono quasi in posizione.» rispose Emil. In realtà con lui c’era stato qualche problemino. Il nome che gli aveva assegnato Andrea era Dumas, ma non c’era stato verso, Emil aveva avuto la meglio e la mozione Proust era passata.
Seguì un silenzio radio prolungato, mancavano Andrea e Roberto all’appello.
« Ma sappiamo che fine hanno fatto Fruttero e Lucentini? » ironizò Emil.
«Guarda che ti sentiamo. Vorrei vedere te con questa imbracatura!» sibilò Roby nella radio mentre cercava di fissare una cinghia alla fibbia corrispondente. Erano delle imbracature che si legavano a mo’ di pannolone, la dovevano indossare sia lui che Andrea. Ad ognuna era fissato un carrellino che avrebbero poi agganciato ad un cavo di acciaio teso fra il punto in cui si trovavano e una delle gru sul cargo. Sfruttando il principio dei panni stesi sarebbero scivolati sulla nave; una sorta di volo dell’angelo.
«Tira qui sul cavallo, non vorrei riportare danni permanenti» aggiunse Roby ancora alle prese con le cinghie.«Oh fissata! Hugo in posizione»
«Beato te! Io qui…non arriva» si lamentò Andrea nella radio.
«Fa vedere» Roby si avvicinò all’amico e cercò di aiutarlo «trattieni un po’ il fiato. Abbiamo preso qualche chilo eh?»
«Ma magari è piccola l’imbracatura! Che misura ha preso? Io sono una 48 morbida» rispose Andrea piccato.
«Sei una 48 nell’animo! Ecco! Chiuso!» Roby fissò le cinghie all’amico e tornò al suo posto.
«Cervantes in posizione» proclamò fiero Andrea a denti stretti e respirando solo quando strettamente necessario.
«Ok, non appena spiccate il volo si comincia» fece il punto Poly sistemando più comodo il calcio del fucile dietro cui stava sdraiato.
Il piano prevedeva che Hugo e Cervantes sarebbero scivolati lungo i cavi fin sulla nave, Joyce e Proust avrebbero creato un diversivo lasciandoli liberi di cercare Donado. Emil li aveva equipaggiati con dei panini di esplosivo Luntex e ad ognuno aveva dato una Sparrow 3S calibro 9, una pistola semiautomatica con bilanciamento ribassato e canna a filettatura zincata, leggera e di estrema precisione, utilizzata nelle sparatorie.
«Ci muoviamo?! Siamo indietro sulla tabella di marcia» li incitò Poly. La precisione è fondamentale in questo tipo di operazioni, commettere errori non rientra fra le opzioni. «Dobbiamo fare in fretta e recuperare il tempo perduto»
«Lo trovo io» intervenne prontamente Proust e rise, ma il silenzio radio che ne seguì lasciava supporre che nessuno avesse colto. La cosa migliore in questi casi è proseguire come se niente fosse «io sono pronto a far un po’ di rumore» aggiunse.
Poly diede un’ennesima occhiata al timer che era a terra, vicino al treppiede su cui poggiava il fucile.
Andrea si era avvicinato al bordo del container da dove avrebbe spiccato il salto.«Ragazzi io ci sono, ma è alto, da sotto non sembrava, ma vi garantisco…» guardò verso Roby che gli fece il segno di ok con il pollice gli diede poi una spinta saltò anche lui «Hugo e Cervantes sono in volo» gridò in radio.
Anche Andrea gridò qualcosa in direzione dell’amico, ma che sarebbe di cattivo gusto riportare.
«Operazione “Cena fuori“ al via» sancì Poly in radio. Il nome dell’operazione lo aveva deciso lui, e aveva subito trovato il consenso di tutti.
Emil andava verso un gruppetto che sostava sotto la scaletta per accedere al cargo. Camminava lungo il molo con le mani in tasca, il cappello calato sugli occhi e il bavero alzato, mancava solo che fischiasse a ‘e stelle ca so’ asciute.
La prima carica detonò illuminando la notte.
Poly fece fuoco e il tipo sul molo scivolò via dal mirino. Qualcuno rispose al fuoco e non ci volle molto perché la notte rimbombasse di esplosioni e spari e lontano di sottofondo si potevano distinguere chiaramente due «Ooooohhh ».
Atterrarono sul ponte della nave, sganciarono i carrellini e si misero in posizione con le pistole spianate, come aveva spiegato Poly. Non sembrava esserci nessuno. Lo spettacolo messo su da Joyce e Proust aveva attirato l’attenzione di tutti. Scesero sotto coperta e presero due direzioni opposte. Era enorme fuori, ma stretto dentro, un dedalo di corridoio che s’incrociavano. Avanzarono come da addestramento: pistola nella destra e torcino impugnato nella sinistra e poggiato lungo la canna a illuminare il possibile bersaglio. Ad ogni bivio, spalle alla parete, si guarda prima il lato di fronte e poi quello alle spalle. Questa era la parte che divertiva più Andrea, gli sembrava di essere tornato bambino.
Passò diverse porte in metallo, tutte uguali, arrugginite e corrose, non c’era modo di capire dove si potesse trovare Donado, quindi decise di affidarsi al suo sistema di guida interiore, tutti abbiamo un sistema di guida interiore, ma non tutti lo ascoltano.
Chiese all’Universo e l’Universo rispose. Su una porta c’era scritto con un pennarello rosso il numero 11. Un numero importante nella cabala, oltre ad essere palindromo viene subito dopo il 10 e prima del 12. Non indugiò oltre e piazzò la micro carica sulla serratura. Andò per muovere il mini timer e il panico lo assalì. Non ricordava la direzione della miccia corta. Si rivolse di nuovo all’Universo. Destra o sinistra?
Un colpo di pistola sparato fuori echeggiò lungo la paratia. Alzò lo sguardo e vide una targa con scritto in rilievo 4XC, C in numeri romani è cento, quattro per cento 400, si sentivano ancora i colpi di pistola, i colpi, quattrocento, I quattrocento colpi, il film d’esordio di Truffaut. Truffaut era uno dei registi della Nouvelle Vague, movimento rivoluzionario nel modo di concepire il cinema a cui, nella Francia del periodo, si contrappose un altro movimento più conservatore chiamato Rive Gauche. Gauche in francese significa sinistra, lui però preferiva la Nouvelle, quindi decise che avrebbe girato a destra. È incredibile come l’Universo ci sappia parlare in maniera così chiara. Si fece indietro pronto al botto, ma i dieci secondi passarono e…ok era sinistra, effettivamente l’Universo aveva detto Gauche.
«E tu chi cazzo sei?» questa volta non era stato l’Universo a parlare. Si voltò e si trovò di fronte un tipo con la faccia scavata e la barba incolta, gli occhi erano così vicini da comunicare un senso d’ansia, ancora un po’ e si sarebbero toccati, aveva pochi capelli lungo i lati della nuca e il fisico era massiccio pur non essendo imponente. Era uno di quei tipi che sembrano pericolosi pur senza una pistola in mano, ma lui la pistola ce l’aveva e la puntava spudoratamente verso il centro della fronte di Andrea
«Se solamente pensi di muoverti ti apro il terzo occhio» minacciò l’uomo avvicinandosi di un passo
Andrea pensò velocemente. Se non sono dieci secondi è un minuto, doveva guadagnare tempo. Tentò di nuovo la carta della psicologia, con l’irlandese per un po’ aveva funzionato e lui aveva bisogno solo di un po’
«Sei pieno di rabbia, te ne rendi conto?»
«Cosa?» l’uomo irrigidì il bracciò che puntava.
«Com’era il rapporto con tuo padre?» Continuò Andrea muovendosi lentamente costringendo l’uomo, per tenerlo sotto tiro, a danzare con lui fino a trovarsi con le spalle alla porta.
«Se non la smetti di muoverti puoi chiederlo direttamente a lui ora che lo incontri»
«Sarcasmo! Sai che sarcasmo deriva dal greco sarcos, che significa ansia e asmov che vuol dire sacro?»
«Non parlo greco. Che ci fai qua?»
L’esplosione fece saltare la porta che finì sull’uomo schiacciandolo a terra. Andrea fu spinto con la schiena contro la paratia.
Donado era lì, seduto su una brandina, il volto pallido ed emaciato, molto lontano dal fascinoso tanguero. Era la brutta copia della sua copia. Guardò quanto accaduto senza mostrare alcuna reazione.
«Sono venuto a portarla via di qui, venga» gli disse Andrea andandogli incontro. Lo aiutò ad alzarsi, scavalcò la porta sotto cui giaceva il tipo, provò a far fare la stessa cosa a Donado che invece ci passò volutamente sopra. Percorsero i corridoi facendo il tragitto contrario a quello fatto da Andrea per arrivare fin lì.
«Io ti conosco» gli confidò Donado mentre si appoggiava a lui. Non sembrava ferito, ma sicuramente debilitato.
«Si, lavoriamo per lei, curiamo la parte video della sua campagna» lo tranquillizzò Andrea «PCMStudio» aggiunse poi, così, per indicizzare.
Ad ogni incrocio di cunicoli, Andrea si affacciava per primo lasciando Donado più indietro, si accertava che non ci fossero ostili e faceva segno di proseguire. Se Poly lo avesse visto sarebbe stato fiero di lui.
«Cervantes alla squadra. Pacco recuperato» disse in radio.
«Ottimo, rendez vou al furgone delle zecche, io e Proust vi aspettiamo lì» comunicò Poly.
Roby stava per far saltare la terza porta quando sentì l’annuncio di Cervantes e la risposta di Joyce
«Hugo a Cervantes ottimo lavoro!» Esultò in radio «e noi dove ci vediamo?» Chiese poi.
«Da dove siamo entrati» gracchiò Andrea, sentì la sua voce tornare in cuffia «ma scusa dove sei che mi sembra…» sbucando da dietro un cunicolo si trovò Roby di fronte che gli puntava contro la pistola.
«Oh ma che cazzo!» indietreggiò e si mise istintivamente in protezione di Donado.
Roby alzò le mani puntando in alto con la pistola.
«Scusa scusa» poi vedendo dietro l’amico, Donado si entusiasmò «Cazzo ce l’abbiamo!È fatta!»
«Uno l’ho dovuto stendere» gli confidò Andrea, ma in realtà lo stava ripetendo a se stesso, con questa cosa avrebbe dovuto farci i conti.
«Ragazzi chiunque voi siate, grazie» disse affannato Donado.
«Come chi?…quelli di PCM di prima» spiegò Andrea.
«Certo si, grazie».
Il trio avanzò in formazione, Roby avanti in avanscoperta, Andrea dietro in copertura e il candidato sindaco nel mezzo.
La sorpresa arrivò ad uno dei crocevia di quel budello metallico, due tipi sbucarono dai due lati dell’incrocio con delle mitragliette spianate e dietro di loro spuntò Rocco Mercadante

CAPITOLO 17

«Bene bene bene» disse Mercadante sfoggiando un Montecristo fra le dita «guarda chi abbiamo qua, Rosencrantz e Guildenstern, non ho mai capito chi è uno e chi l’altro, ma poco male tanto fanno la stessa fine no?»
Donado si lanciò verso di lui con un grugnito strano, ma uno degli uomini di Mercadante lo colpì con il calcio della mitraglietta facendolo finire a terra.
Andrea e Roby lo aiutarono a tirarsi su.
Mercadante venne avanti come guadagnasse il proscenio.
«Quindi ci siete voi dietro tutto questo casino? Sono vostri i fuochi d’artificio? A occhio e croce non è andata proprio come avevate previsto, vero? Andiamo in un posto più tranquillo » fece un segno ad uno dei due uomini che aiutandosi con la canna del mitra indicò la direzione verso cui dovevano incamminarsi. Mercadante era dietro a tutti, ma l’odore del sigaro e la sua voce arrivavano fino alla testa del gruppetto
«Qualcuno dovrebbe dire ai vostri amici là fuori che possono anche smetterla, i giochi sono finiti e voi avete perso» rise. In quel momento squillò il suo cellulare. Fece segno ad uno dei suoi uomini di continuare ad andare avanti con il gruppetto.
«Chiudeteli da qualche parte, ora arrivo» restò indietro per rispondere al cellulare.
Dei due scagnozzi con la mitraglietta uno somigliava a Ferribotte il siciliano de “I Soliti ignoti“ e fu lui a farli fermare e a spingerli dentro una stanza.
«Il salvataggio più breve della storia» commentò Andrea dopo che Ferribotte chiuse la porta lasciandoli soli in un cubo di ferro e ruggine
«Ho creduto di essere morto, poi di essere vivo e ora di nuovo morto» Donado parlò con voce monotona e bassa, come fosse un pensiero che veniva in superficie. Era accucciato in un angolo della stanza. Adagiò la testa sulle ginocchia raccolte. Per un po’ restarono tutti in silenzio, poi l’uomo alzò la testa e guardando davanti a se continuò quel suo monologo «ho pensato fosse solo un sogno, un brutto sogno, l’ho sperato. Mi facevano leggere gli articoli dove c’ero io che presenziavo ad eventi, che rilasciavo interviste. Io ero lì, sorridente, ma non ero io. Ad un certo punto ho dubitato: forse il sosia ero io, d’altronde chi altro, oltre a me, avrebbe potuto giurare che il vero Donado fossi io? Nessuno. Era come essere morto, nessuno mi avrebbe cercato, nessuno avrebbe nemmeno mai sospettato che io dovessi essere cercato. Tutto ciò che quell’uomo avrebbe fatto, sarei stato io ad averlo fatto. Ho anche cominciato a pensare di essere realmente morto. Non sappiamo come sia la morte. Magari la morte può essere una nave.»
«Lei non è morto. Nessuno di noi è morto e questa nave non è la morte.» Andrea andò verso l’uomo per tranquillizzarlo «noi siamo su questa nave, mentre la morte è la negazione dell’essere, è il non essere, non si può non essere su una nave»
«A me è capitato spesso di non essere su una nave» obiettò Roby che nel frattempo cercava di forzare o scassinare la porta.
«Perché invece di provare a spadinare una porta, cosa che non ti sta riuscendo, non hai usato quella cosa che sai fare, l’arte marziale?»
« Il Krav Rua Cunne? »
Andrea annuì.
«Il Krav Rua Cunne è una disciplina antichissima, che affonda le sue radici e la sua energia in tempi remoti, non se ne può abusare. Quella degli Shardana è un’energia che va rispettata. Il codice vuole che si possa utilizzare solo due volte in un anno»
«Beh l’altra volta e questa» concluse Andrea dopo essersi fatto un veloce calcolo.
«In realtà l’avevo già usata un’altra volta» confessò Roby, come se un po’ si vergogansse di quanto stava per dire «All’inzio di quest’anno, per un parcheggio. Faceva lo stronzo Andre’ e voleva pure averci ragione» sembrava realmente addolorato.
«Ottimo abbiamo finito i cannoncini e ora come usciamo di qui?»
La domanda non ottenne risposta perché entrò Ferribotte seguito da Mercadante. Quest’ultimo li guardò per sceglierne uno.
«Rosencrantz» chiamò verso Andrea.
«Io sono Guildenstern» rispose questi sarcastico.
«Sì bravo fai lo spiritoso, è un buon modo per affrontare il tuo ultimo viaggio»
Andrea cercò di non darlo a vedere ma lo stomaco gli si sciolse scivolando lungo le gambe. Guardò verso Roby incredulo che quello poteva essere il loro ultimo saluto. Ma una parte di lui sapeva che non era così. Era lui il protagonista della sua vita, se fosse morto lui, sarebbe svanito tutto. Questa convinzione gli infuse nuovo coraggio. Si mosse deciso verso Mercadante guardandolo negli occhi. Andiamo e non stiamo qui a cincischiare, sembrava dirgli con gli occhi
Cincischiare? Sembrava chiedere lo sguardo di Mercadante.
Uscirono e Ferribotte con la canna della mitraglietta gli indicò il percorso verso cui avviarsi, loro lo seguirono.
Roby era rimasto solo con Donado dentro quel cubo di ferro e ruggine che puzzava di umidità e paura. Il futuro sindaco era ancora accucciato nello stesso angolo perso nei suoi labirinti filosofici. Roby invece camminava per la stanza cercando di trovare un modo di uscire di lì e di salvare l’amico. In realtà la parte più profonda del suo io, quella a cui si da sempre poco ascolto, perché troppo profonda, quella parte sapeva cosa andava fatto e come farlo. Perché non ci aveva pensato subito? Come insegna Poe, il modo migliore per nascondere qualcosa è metterla in bella vista, questo valeva anche per le soluzioni. Lui la soluzione ce l’aveva a portata di mano, doveva solo realizzarlo. Si guardò intorno. A terra in un angolo c’era un vecchio Going. Compagno di molte estati il Going è un ovale di plastica, spesso di colore arancione, nel quale passano, tramite un buco costruito lungo la lunghezza, due fili di nylon che terminano con delle maniglie. Ruppe l’ovale e prese i due fili di nylon, arrotolò i due capi intorno alle mani tendendolo e trasformandolo in un arma, quindi individuò un angolo buio e vi si diresse.
Gli Shardana non erano solo abili guerrieri, conoscevano anche la magia. Una pratica che spesso usavano in battaglia era un rituale di occultamente chiamato il Nero, che permetteva loro di scomparire nell’ombra. Il Nero fu un rituale tramandato nei secoli e solo alcuni clan ne conoscevano il segreto, Roby, come testimoniava anche il suo cognome, apparteneva ad uno di questi. Ancora oggi in molti temono il Nero e sanno quanto sia pericoloso un sardo nel buio.
Roby non lo aveva mai dovuto usare in battaglia, per lo più a scuola per evitare le interrogazioni e una volta in gita per… beh ora è inutile rivangare, ma questa volta lo avrebbe usato come lo usavano i suoi avi, per vincere la battaglia.
Donado lo fissò a bocca aperta mentre lo vedeva sparire nell’ombra creata dall’incontro di due pareti.
«Chiamali» gli sussurrò il buio.
Mentre s’inoltrava per quei corridoi, sotto la minaccia di una mitraglietta impugnata da un tipo uscito da un film in bianco e nero degli anni ’50, Andrea cercava una via di fuga , ma non sembravano essercene molte, o almeno lui non le vedeva e per questo si rivolse per l’ennesima volta all’Universo chiedendo di mostrargli come uscire da quella situazione.
Arrivarono alla scaletta che portava sopra coperta.
«Prima voi» cedette elegantemente il passo.
«Vai» lo esortò parlando per la prima volta Ferribotte.
Mentre si accingeva a salire la scaletta, Andrea vide sulla parete alla sua destra una scritta con il pennarello rosso.
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A quanto pare l’Universo aveva più ironia che pazienza.
Sbucarono sul ponte, tirava una leggera brezza, nessuno sparo echeggiava nell’aria, si sentiva solo lo sciabordio dell’acqua che dolcemente s’infrangeva sullo scafo.
«Tu quale sei dei due? Il sardo o quello che fa quelle cose strane tipo tarocchi o quelle cose lì? L’accento non è sardo, quindi sei l’altro. Ha fatto qualche corso ultimamente? Tipo pozioni o arti magiche? Ti hanno insegnato ad affrontare quello che sta per succederti con più serenità?  È un bene sai?! Io invece dovrò gestire il senso di colpa. Per fortuna che non ho una coscienza perché sarebbe stato terribile.» Mercadante era partito con quello che in gergo viene definito villain’s pipp one.
«Tu non vuoi uccidermi altrimenti lo avresti già fatto» lo interruppe Andrea utilizzando anche lui una frase di repertorio.
«Ma a dire il vero è proprio per questo che ti ho portato qui sopra» gli fece notare Mercadante, poi liquidò Ferribotte dopo essersi fatto lasciare la mitraglietta.
«Vai da quell’altro» gli ordinò, poi tornò a rivolgersi ad Andrea, che nel frattempo si muoveva lentamente verso il parapetto della nave.
«Ma che vi è saltato in mente di mettervi a fare gli eroi? Siete due videomaker, che c’entrate voi con l’eroismo? Sai qual’è il problema dell’eroe?» fece una pausa oratoria per dar risalto a quanto stava per aggiungere «È una carica che di solito ti conquisti morendo, bella sfiga no? Eroe» ripetè la parola assaporandola «Sai cosa diceva Pinter sugli eroi?»
«No» taglio secco Andrea.
«Che sono l’inutile afflato di un pensiero chiuso in una vertigine senza volo».
«Te la sei inventata adesso. Non vuol dire un cazzo questa frase» fece notare Andrea.
«Può darsi però non puoi saperlo, perché hai detto di non sapere cosa diceva Pinter sugli eroi» Mercadante sorrise compiaciuto.
Andrea ricambiò il sorriso continuando ad avanzare verso la fine del ponte.
«Non la passerai liscia, lo sai vero?» disse rivolto a Mercadante con tono di minaccia
«Ecco questa sì che è una frase che non significa niente. Voi geek vedete troppe serie. Certo che la passerò liscia, passarla liscia è la prassi e non l’eccezione. Il vostro problema è che vi siete convinti di essere i buoni. Ma non esistono buoni e cattivi, si è sempre i cattivi nella storia di qualcuno, poi c’è qualcuno che ha il coraggio di esserlo nella storia di molti» Continuò poi con la solita tirata sulla relatività del male, sugli scrupoli che sono solo i penosi alibi dei perdenti e che quello che gli altri chiamano egoismo, il vincente lo chiama idee chiare. Nel frattempo Andrea decise di fare il salto. Non amava l’idea di tuffarsi in quelle acque fredde e buio, ma neppure l’idea di morire o di doversi sorbire tutta quella tirata lo attraeva. La decisione si tradusse immediatamente in azione, si girò e con un salto scavalcò il parapetto precipitando. Un volo che durò un attimo, poi il freddo e l’oscurità lo avvolsero.
Uno dei due spari gli ferì di striscio il polpaccio mentre scendeva nel silenzio ovattato dell’abisso. Aprì gli occhi ma non cambiò niente. Scendeva. Immaginò flotte di batteri avventarsi festosi sulla sua ferita bruciante. Nuotò per allontanarsi dal punto d’ingresso.
Roby aveva stretto il filo di nylon intorno al collo dell’uomo fino a quando non aveva sentito l’umido del sangue sul dorso della mano. Lo aveva lasciato scivolare a terra, aveva preso Donado ed erano usciti dalla stanza. Di nuovo la scelta; quale direzione prendere? Di fronte a lui partivano due corridoi che andavano in direzioni diverse. Frost avrebbe preso il meno battuto, ma nel caso di un corridoio in ferro non è facile capire quale dei due sia. Andrea avrebbe seguito la guida interiore. Ma Roby non l’aveva mai capita troppo ‘sta cosa della guida, cioè come si vede? Si illumina qualcosa? Senti un brivido? Come la distingui da una qualsiasi altra decisone? Fu Donado a rompere gli indugi, lo superò e prese il corridoio a destra. Roby lo seguì, presero prima a sinistra poi a destra poi di nuovo a sinistra. Donado improvvisava palesemente.
Ferribotte sembrò sbucare dal nulla, si piazzò davanti a loro con la mitraglietta puntata e delle cattive intenzioni. I due si immobilizzarono. Erano in trappola. Non potevano scappare perché avrebbero offerto la loro schiena con un bersaglio sopra, andargli incontro avrebbe sortito un effetto simile e anche restare lì fermi non sembrava la soluzione migliore.
Roby cominciò a pensare velocemente, le sue armi segrete le aveva usate tutte, non restava che provare quella di Andrea. Io esco da questa situazione, io esco da questa situazione si ripetè convinto, lo ripetè una terza volta e ci mise così tanta energia per essere più convinto, che la pronunciò ad alta voce.
Ferribotte sentendo quell’affermazione ai suoi occhi del tutto inverosimile, sorrise, poi il sorriso gli si congelò in una smorfia e lentamente cadde in avanti come una sequoia. Finì faccia a terra, nella schiena aveva piantato un coltello MK2 con lama in acciaio di Valyria. In piedi dietro di lui con un sorriso compiaciuto Emil.
«Quanto mi piacciono le entrate ad effetto»
Alla fine non dici solo cazzate! Pensò Roby riferito ad Andrea al suo credo. Abbracciò grato Emil, gli presentò Donado e si avviarono verso l’uscita.
«Cervantes?» chiese preoccupato.
Emil non capì immediatamente, poi si ricordò dei nomi in codice
«È stato in gamba, si è tuffato e ha liberato la linea di tiro, così Poly ha potuto sdraiare Mercadante»
«Morto?» chiese Roby
«No. Però malconcio, molto malconcio» rispose compiaciuto Emil «Per essere un’operazione di merda, non è andata poi male» concluse poi facendo strada.

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