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Della sorpresa che trovano alla factory e della scoperta dell’affidavit

Capitolo 3

Quella mattina il sole si levò alto sul primo turning point.
Giunsero alla factory cavalcando affiancati i loro bolidi, nelle cuffie entrambi lo stesso brano: Paint it Black.
Il massiccio portone in legno, stile masseria, era stato forzato. Entrando si trovarono davanti uno spettacolo disarmante, gli effetti del Big Bang in un ambiente chiuso. Ogni cosa era fuori posto e, laddove era al suo posto, vi era incastonata. Le postazioni erano distrutte, i monitor percorsi da infinite incrinature che convergevano verso un buco centrale, le macchine fotografiche erano state fatte in tanti pezzi che lastricavano il parquet. Cavalletti, slider, steady tutti accartocciati e fusi insieme pendevano dal soffitto in un’installazione che aveva anche un certo appeal.
Roby mosse le labbra nel tentativo di dire qualcosa, ma non uscì alcun suono.
Andrea invece inveì, contro la prima divinità che gli venne in mente, con tale veemenza da spingere uno stormo di uccelli a prendere il volo in fretta verso un’alba che si tingeva d’arancio.
Si aggirarono fra le macerie lungo traiettorie incerte alla ricerca di risposte o anche domande, di qualcosa insomma che fosse sopravvissuto a quella devastazione.
«Tutto…tutto tutto…tutto» farfugliò Roby in una sorta di trance.
«Non è possibile!», commentò atono Andrea, «ad occhio e croce qui ci saranno un…»;
«ti prego niente cifre!», lo interruppe Roby, «è già abbastanza doloroso così».

Il viaggio nei resti fumanti della loro attività continuò in silenzio.
«Ecco cosa cercavano!», esclamò Andrea fissando lo spazio vuoto un tempo occupato da tutti i loro back up, «hanno preso tutti gli hard disk»;
«i video! Tutto il girato che abbiamo su Donado», realizzò Roby avvicinandosi all’amico per contemplare quel vuoto, così compatto e definitivo da sembrare occupare un suo spazio.
Andrea si inginocchiò per raccogliere una sezione del monitorino da sette pollici che usavano per la camera.
«Non ne abbiamo parlato con nessuno. Giusto ieri con F, ma neanche, non gli abbiamo detto niente», disse mentre osservava la precisione del taglio della sezione, «cazzo è perfetto. Hanno usato una spada laser?»
«Forse ci spiano, ma perché dovrebbero? O magari ieri qualcuno ci ha sentito parlare?» Roby teneva in mano l’altra sezione. Le ricongiunsero solennemente come fossero le due parti di un antico amuleto che una volta unito fosse in grado di aprire un portale dimensionale, ma non accadde nulla.
«Il vecchio Ben Kenobi! Lo hanno risparmiato.» Andrea colto da un’illuminazione si diresse deciso verso un piccolo scaffale isolato, in un angolo dello studio, da cui prese l’action figure del vecchio maestro Jedi, era in bella mostra in mezzo ad altre action figure non meno importanti, come Han, Luke, Chewbe, l’equipaggio del Galactica e un paio di tostapane, la Compagnia dell’Anello, due rarissime action figure di Cochi e Renato e per finire ma non meno importanti Rosencrantz e Guildenstern di Stoppard. A differenza delle altre sia Obi-Wan che Gandalf non erano semplici action figure, erano realizzati in telesio, un materiale di recente scoperta che opportunamente trattato era in grado di immagazzinare tera e tera di dati. I loro lavori degli ultimi dieci anni avevano quasi riempito il vecchio Ben Kenobi, Gandalf era invece ancora vuoto. Andrea fece sparire tutto in una sacca. Notò che l’amico era accucciato e osservava rapito un qualcosa che teneva tra le mani.
Roby si girò verso di lui mostrandogli un piccolo origami che raffigurava una Bentley Continental del ’63.
«E questo?»
« Sembra una Bentley del ‘63» osservò Andrea prendendogliela dalla mano.
« Lo vedo, ma di chi è?»
« Mai vista»
« È un omaggio di chi ci ha fatto visita, o magari l’hanno persa» cominciò a studiarla. «Se qualcuno l’ha persa magari significa qualcosa. Sei tu quello che crede nei segni. Che significa?»
«Che è distratto?»
Roby glielo restituì.
«Che ne so che significa.», continuò Andrea, «non funziona così, i segni non sono cartelli stradali, il loro significato non è oggettivo. Una determinata cosa magari per me non significa niente, ma in te accende qualcosa, sei tu a riconoscerli come segni. In pratica se per te questa Continental del ’63 è un segno, sei tu a dovermi dire che significa».
«Che abbiamo rotto i coglioni a qualcuno con la passione per gli origami e le auto d’epoca» concluse Roby continuando a scavare fra le macerie.
Prese da terra un qualcosa che attirò la sua attenzione, lo osservò con un misto di amore e pena, era quel che restava di un obiettivo, un cinquanta serie L che ormai poteva essere usato al massimo come porta tovaglioli.
Qualcosa gli si smosse dentro, si alzò, accompagnato da una sezione fiati che sottolineò la solennità del momento, sollevò quel residuato verso l’amico come simbolo della profanazione e disse: «sono entrati in casa nostra. Ci hanno attaccato. Hanno pisciato sul nostro tappeto! Sai cosa dobbiamo fare vero?» Andrea lo guardò e grave annuì.
Come un qualsiasi videomaker professionista anche loro avevano depositi segreti sparsi per il Paese, in ognuno c’erano postazioni di ultima generazione, portatili, hard disk, camere reflex e mirroles, ottiche, steadycam, contanti, passaporti e ticket restaurant.
Ogni deposito aveva un suo nome. Il Mos Eisley si trovava in un dock giù al porto fluviale.
Andrea digitò un codice su un pannello, quindi si sottopose alla scansione della retina e la serranda si alzò meccanicamente. Entrarono in un ambiente fresco, climatizzato da un Sintech 99rex, un complicato sistema di refrigerazione che a prima vista poteva sembrare un semplice condizionatore per peso e dimensione ma era una macchina in grado di mantenere la temperatura costante nell’ambiente in cui era posizionata. Il 99rex era in grado di funzionare anche sott’acqua.
Tirarono fuori da un armadio in ferro due portatili air gap già configurati e diversi hard disk. Il deposito era ovviamente cablato. Utilizzava un sistema di connessione a bande miste che consentiva di collegarsi con qualsiasi parte del mondo. Si misero al lavoro per fare il back up del vecchio Ben Kenobi.
«Facciamo il punto», propose Andrea, «qualcuno sostituisce Donado con un sosia, un clone, un baccello o quello che è»
«Noi andiamo al Lumiere e chiediamo di Igor, azione che di per se non dovrebbe suscitare sospetti» aggiunse Roberto staccandosi dal computer.
«Però tra noi parliamo di quanto visto nel video» si dividevano le considerazioni in rispetto alla tradizione che vuole che durante un’indagine, le conclusioni siano equamente ripartite fra i due detective.
«E questo fa si che qualcuno venga al nostro studio e lo riduca come la tua stanza»
«Che c’entra ‘sta cosa? E poi non è più così da quando viene la donna», rispose piccato Andrea, «comunque, F ci dice che Igor sembra spaventato»
« Veramente quello lo hai detto tu, lui ha detto solo che qualcosa lo angustiava»
«Che cambia?»
«Niente però è giusto essere precisi, se no qui ci mettiamo a dire cose a caso…»
« Vabbene l’ho detto io però, mi concederai che quello che ha detto F potrebbe confermare tutte le nostre supposizioni?» si rese conto di aver perso Roby che era schizzato al computer e aveva cominciato a digitare sui tasti.
«Ti sto annoiando?» gli chiese, ma l’amico lo ignorò. Gli si avvicinò da dietro per vedere cosa stesse facendo di così vitale.
«Provo ad hackerare la Verba Volant » lo informò Roberto rivolgendogli un sorriso beffardo anche se non somigliava affatto ad un sorriso beffardo.
«Usano Barricade », spiegò lanciato nella sua operazione, «un software per la sicurezza che lavora su matrice a 615 bite con gestione della temperatura emodinamica. Ha un controllo logaritmico degli ingressi con tre blind differenziati e scansione asimmetrica» la sua esposizione era chiara precisa e del tutto incomprensibile, Roby notò un velo di perplessità sul viso dell’amico e cercò di essere più preciso.
«In pratica Barricade rilascia i suoi rat e scova i groksi, ossia le tracce lasciate da un accesso non autorizzato. Io gli invio uno swordfish a tre varianti che simula attacchi da più direzioni» il velo di perplessità non accennava a svanire. Intanto Roby parlava e contemporaneamente digitava sulla tastiera come un pianista ad un concerto. Dietro di lui Andrea osservava le stringhe succedersi, sovrapporsi, allinearsi in una specie di tetris velocissimo.
«Fregato!», esclamo’ allontanandosi dalla tastiera come farebbe un pittore dalla sua tela per ammirare il proprio capolavoro, «c’è cascato. Ha mandato uno spoon ad innesto per neutralizzare il mio fisher, ma io con un ponte di Anderson ho aggirato le differenziate e voilà, sono entrato!» Si voltò per prendersi gli applausi di un pubblico assente.
Andrea fece scivolare la sedia davanti al computer facendo spostare l’amico.
«Scopriamo un po’ di altarini»
«Scusa se sono un grande» lo rimproverò Roby che si era visto scalzato oltre che non adeguatamente apprezzato.
«Grande. Sei un grande, anzi perché non provi ad entrare nella rete di Senigallia e vedi se la fattura per quei video motivazionali è in pagamento che i 90 giorni sono belli che passati».
Roby lo ignorò, prese una sedia e gli si affiancò.
Perlustrarono tutte le mail, i calendari, le note, i messanger, le chat su Facebook e i punteggi a Candy Crush dei dipendenti della Verba Volant.
«Tana!» esclamò Andrea con lo stesso tono che probabilmente aveva usato anni prima Archimede per il suo eureka.
In una cartella che conteneva le dichiarazioni del 2010 aveva trovato una sotto cartella che aveva come icona un taccuino rosso e il cui nome era Guy Fawkes. «Ti dice niente?» chiese indicandola.
«Come no? V per vendetta» rispose sicuro Roby.
«Bingo! Ho pensato non può essere un caso e infatti guarda che c’è dentro».
Mostrò a Roby una cartella nominata Operazione Doppelgänger. L’aprì. Dentro c’erano delle foto di Donado di fronte e di profilo, un affidavit il cui titolo era Ex Mercati e un file audio. Nell’Affidavit Donado denunciava un giro di tangenti che l’Andrina srl, società che aveva vinto l’appalto per la riqualificazione dell’area degli ex Mercati Generali, aveva versato a diversi esponenti della giunta uscente. Il neosindaco si impegnava, una volta insediato, ad aprire un’inchiesta per portare a galla tutte le irregolarità che riguardavano quella gara. Un’ipotesi quella di Donado non così assurda dal momento che l’Andrina era noto essere una consociata della Black Industry.
La Black Industry nasceva come piccola organizzazione criminale a conduzione familiare, ma grazie ad idee innovative e a tecniche all’avanguardia di coercizione, divenne presto una grande azienda. In seguito ad una OPA chiamata Testa di cavallo, un tipo di offerta pubblica di acquisto che non si può rifiutare, si accaparrarono il mercato delle lavagne. Casualmente il governo varò nello stesso periodo un decreto che imponeva a tutti gli esercizi che somministravano cibo e bevande e, che volevano il marchio trendy, l’obbligo di utilizzare lavagne. Questa cosa lanciò la Black Industry nell’Olimpo delle aziende. Da allora la sua influenza si allargò in vari settori.
«Roba che scotta!», affermò Roby finito di leggere il documento, «e invece l’audio che dice?».
Andrea lo fece partire. C’era un rumore d’ambiente, una sedia veniva spostata, si sentiva in lontananza il condizionatore, uno di quelli poco rumorosi da ufficio.

«Filerà tutto liscio e saremo tutti contenti. La sostituzione di Donado è andata come previsto. Non resta che aspettare che il progetto venga approvato e pioveranno soldi per tutti noi» disse una voce maschile. Roby attivò “iRiconosciuto?”, una app che permetteva di riconoscere le voci di chiunque semplicemente da una registrazione. L’uomo che aveva parlato era Rocco Mercadante.
«Sono solo preoccupata per il piccoletto; è troppo nervoso! Si sta facendo venire le crisi di coscienza. Non dovevamo coinvolgerlo. Dovremmo spostare il pacco, non vorrei…» la voce preoccupata era quella di Manila Forch.
«Sono d’accordo sullo spostare il pacco e ho già un’idea, ma di lui non mi preoccuperei», la interruppe Rocco, «come si dice se non è con noi… » e lasciò la frase sospesa per renderla ancora più eloquente.
Qualcuno bussò alla porta, aprirono e lo fecero entrare.
«Vieni con noi», gli disse Rocco, «dobbiamo mostrarti una cosa» e poi la registrazione si interruppe.
«Sono stati loro!» esclamò stupefatto Andrea.
«A quanto pare, ma non ci esaltiamo» lo calmò Roby.
«No io invece direi di esaltarci. Abbiamo una registrazione dove confessano di aver sostituito Donado»
«È una registrazione, non ha valore in tribunale, il procuratore non l’accetterà mai»
«Chi?»
«Niente, per dire che finché non troviamo Igor questo file ce lo diamo in faccia».
Andrea dovette riconoscere che l’amico aveva ragione.
«Sempre che voglia farsi trovare» aggiunse poi ad alta voce seguendo un suo filo di pensieri.
«In che senso?»
«Stiamo dando per scontato che Igor sia la vittima. E se volesse utilizzare queste informazioni per ricattarli?»
«Oppure c’è dentro anche lui e questo è solo un modo per assicurarsi che Manila e Rocco non lo freghino»
«Un passo alla volta, un passo alla volta. Intanto ora sappiamo che non ci sbagliavamo e che Igor c’è dentro anche se non sappiamo come, quindi direi che un pochino possiamo esaltarci» Andrea alzò il cinque a mezz’aria.
«Giusto! E direi che a questo punto ci meritiamo una bella pausa, no?» disse Roby, ricambiando il cinque.
Decisero di viziarsi ordinando la cena in un locale lì vicino, uno di quei posti di tendenza molto esclusivi, che adottava questa particolare formula, il cool home delivery, per cui ti portavano il cibo direttamente a casa. La cucina era molto particolare, tutti piatti elaborati e applicava la filosofia del “senza“, ad esempio, facevano i tacos senza aggiunta di mandorle e nei supplì non mettevano né miele né zabaione. Andrea optò per i tacos e una porzione di queste patate tagliate in tanti spicchi a forma di mezzaluna e fritte nell’olio, Roby invece prese una Capricciosa senza savoiardi e delle patate tagliate a tocchetti e fatte cuocere in forno con del rosmarino.
Mangiarono dimenticando per un po’ quanto successo. Passarono un paio d’ore a decidere quale vecchio film già visto rivedere, poi una volta trovato s’era fatto tardi e ognuno tornò a casa propria. La notte passò così.

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